Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 18: Elfi e Fate.


Titolo originale: The Enchanted World 18: Fairies and Elves. 1986
Traduzione e adattamento di: Alberto Capietti.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Elfi e fate. Creature fantastiche circondate da un alone di mistero, elfi e fate sono da sempre legati alle foreste sterminate che un tempo ricoprivano la terra. Leggende e racconti popolari si mescolano in un caleidoscopio di immagini frammentarie.
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Il Curatore.
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Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
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Indice.
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Capitolo Uno.
Le Terre al di l del Velo Incantato.
Un Mondo in Miniatura.
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Capitolo Due.
Guardiani di Campi e foreste.
La Dolce Abitante del Mirto.
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Capitolo Tre.
Incursioni fatate e portali Rapiti.
Tarn Lin.
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Capitolo Quattro.
Una Lontana Chiamata.
Una Magica Prova d'Amore.
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Fine Indice.
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Capitolo Uno.
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Le Terre Aldil del Velo Incantato.
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Tanti anni fa, alla vigilia del solstizio d'estate, un cavaliere percorreva i verdi prati della regione irlandese del Connacht dirigendosi verso occidente per raggiungere il mare. Stava per vivere un'incredibile esperienza, che non avrebbe mai pi dimenticato.
Davanti al cavaliere torreggiava una foresta di querce e
frassini, mentre in lontananza si potevano ancora vedere i versanti azzurri delle montagne di Connemara. Scese l'oscurit. Il viandante continu ad avanzare. Non appena raggiunse il primo albero fren l'andatura del cavallo, alcuni suoni stavano ora aleggiando nell'aria notturna.
Le corde delle arpe vibravano al vento, mentre i flauti suonavano antiche e sconosciute melodie; soprattutto per si poteva udire il suono 
metallico delle redini dei cavalli, che indicava l'avvicinarsi di una numerosa schiera.
Alcuni istanti pi tardi, dalla foresta inizi a fuoruscire una meravigliosa colonna in marcia: pi di cento cavalieri, con splendide corazze d'oro, cavalcavano altrettanti destrieri, bianchi come la neve, vestiti con gualdrappe intessute d'oro e addobbati con campanule dorate. Fra loro c'erano numerose dame, abbigliate come vere principesse. Tutti girarono il capo per fissare il viandante, e i loro occhi emisero uno sguardo cos selvaggio, eppure splendido e severo, che gli procur una fitta al cuore. La schiera degli sconosciuti continu il suo cammino, talora visibile, talora nascosta dalla nbbia. Un istante sembravano normali esseri umani, un attimo dopo eccoli apparire come creature ultraterrene. Si mossero come avvolte in un nembo di luce, mentre alle loro spalle si apriva una strada nella foresta sino a un'incredibile fortezza, anch'essa avvolta nella luce splendente

I cavalieri e le dame si muovevano come se vivessero in un altro tempo, diverso da quello dei comuni mortali, dove non esistevano le ore, i giorni o le notti. Anche la loro musica pareva appartenere a questo tempo: il ritmo e le melodie sembravano non ricordare alcuna musica nota a un essere umano. A un certo punto, tutto fin: il cavaliere non riusc pi a ricordare esattamente i particolari di questo fatato
corteo, proprio come non seppe rammentarsi della musica, se non come un'eco perduta di qualcosa che rifiutava di tornare alla memoria. La luce e il turrito castello che era apparso in lontananza erano scomparsi, come per miracolo.
Stupefatto, spron il suo cavallo sino alla foresta, dove si accorse con sgomento che neppure un filo d'erba sembrava essere stato calpestato.
Non c'era alcun segno tangibile dei cavalieri o della misteriosa landa ' che era apparsa alle loro spalle. Il viandante attese a lungo, ma l'unico rumore che riusc a percepire, oltre al vnto, fu quello del nervoso scalpitare del suo cavallo. Alla fine, continu per la sua strada, ma per tutta la vita non dimentic quel magico momento. Persino quando invecchi, quell'incredibile esperienza rimase intatta nella sua memoria. Affascinato dal meraviglioso ricordo, raccont pi volte la sua storia al figlio e al nipote. Ogni volta che la narrava, bench fosse ormai debole e anziano, nei suoi occhi sembrava rivivere il giovanile vigore dei tempi antichi, e ogni volta gli sembrava di tornare ancora sul prato incantato davanti alla foresta, in quella notte fatata, non ci sono dubbi su cosa avesse visto il giovane viandante nella notte del solstizio. Era stato testimone del
passaggio di una schiera fatata, che cavalcava in processione. Aveva avuto per un attimo la possibilit di osservare delle incredibili creature, d'aspetto umano ma con poteri ultraterreni, che una volta abitavano ai confini del mondo degli esseri umani.
nei tempi antichi il popolo fatato era solito recarsi nelle lande abitate dai mortali, e le due razze si conoscevano e si stimavano reciprocamente.
Le fate potevano esistere in forma umana, apparendo in splendide sembianze, o come grottesche parodie. Se lo desideravano, per, molti appartenenti al popolo fatato potevano assumere le sembianze di un cervo, di un falco, di un fuoco o di un gioiello. Potevano persino divenire totalmente invisibili. I regni fatati apparivano e scomparivano in un battito di ciglia.
Era come se una forma di vita occulta e imprevedibile si annidasse da sempre presso quella umana, quasi sempre invisibile agli occhi mortali e condannata a entrare nella realt umana solo sporadicamente e per brevissimi periodi.
Il popolo fatato , per questo motivo, da sempre causa di innumerevoli speculazioni mentali da parte degli studiosi, e gli umani hanno inserito il popolo fatato nelle canzoni, nelle saghe e nei poemi antichi.
come tutto ci che riguarda il popo-lo fatato, anche l'origine del nome  dibattuta. In Italia esiste il nome fata (che si applica indistintamente alle creature di sesso maschile e femminile), in Spagna fada, nei paesi di lingua anglosassone fairy, e sembra che derivino dal latino fatum, ovvero fato, destino, poich si riteneva che queste magiche creature potessero predire e in qualche modo controllare il destino dell'umanit. In Francia, tuttavia, il termine fit sembra derivare dal latino fatare, attraverso il francese antico fere, incantare, fer sembra riferirsi alla capacit del popolo fatato di alterare la realt in cui viviamo e di poter disporre di incantesimi. Da fere  derivato anche il termine inglese faerie, che indica sia l'arte magica di questo popolo che il magico reame dove vive. !fairy e fay, altri termini in inglese, indicano invece le singole creature, e non la razza.
Un altro termine riguardo al popolo fatato  elfo, elfi in nglese), che deriva per dalle antiche lingue teutoniche e scandinave. In Scandinavia, per esempio, il termine per indicare gli elfi  Mfar, che indica come queste creature siano in qualche modo vincolate alle montagne e all'acqua.
I mortali utilizzano una serie di termini intercambiabili fra loro per definire queste entit schive e nascoste. Gli inglesi, per esempio, quando parlano del popolo fatato utilizzano termini come Gentry (i Piccoli Nobili), Good People (il Buon Popolo) oppure Mother's Blessing (i Benedetti dalla Madre Terra). Anticamente, utilizzare il nome di una creatura senza il suo permesso poteva essere un affare assai pericoloso, soprattutto quando si aveva a che fare con il popolo fatato, poich i suoi componenti erano dotati di grandi poteri ed erano famosi per il loro carattere irritabile.
Il desiderio di classificare dei nostri progenitori li port a suddividere il popolo fatato essenzialmente in campagnoli e nobili. I campagnoli erano in genere fate solitarie, discendenti degli spiriti che agli albori del nostro mondo permeavano ogni aspetto della natura. Erano i guardiani degli alberi, dei campi, dei laghetti nelle foreste e delle sorgenti di montagna.
Anche se erano dotati di alcuni poteri tipici del popolo fatato, come divenire invisibili o apparire davanti a noi nelle sembianze che pi preferivano, erano in genere creature selvagge e schive, e i loro incontri con i nostri progenitori erano eventi rari e inusuali. La presenza di un campagnolo era molto spesso rivelata dalle tracce che questo lasciava: l'erba calpestata da un piede invisibile, strani suoni fra le piante di un bosco, oppure tracce ghiacciate sugli stipiti di una finestra.
I nobili, invece, erano in genere sociali, amavano stare in gruppo e, narrano alcune leggende, discendevano dalle antiche divinit. Era una razza potente che abitava in regni sotterranei oppure in fondo al mare. Gli umani li guardavano con curiosit, con desiderio e con terrore. Si riteneva che gli Alfar della Scandinavia fossero suddivisi in due popoli: i Lioslfar (Elfi Lucenti) abitavano nell'aria ed erano benigni, mentre i Dcklfar (Elfi Oscuri) vivevano sotto terra ed erano essenzialmente malvagi. Gli Scoti utilizzavano una distinzione di questo tipo: esistevano infatti la Seelie Court (Corte Felice) o Blessed Court (Corte Benedetta) e la Unseelie Court (Corte Infelice), che si riteneva fosse composta dai vendicativi e crudeli spettri dei morti.
Non esisteva invece una suddivisione di questo genere in Galles o in Irlanda, dove questi nobili, come la schiera che il viandante aveva osservato nel Connacht, veniva considerata come appartenente a un'unica articolata popolazione. In Galles erano chiamati Tylwyth Teg o Fair Family (Famiglia Fatata), mentre in Irlanda erano spesso noti con il nome di Daoine Side (Abitanti dei Tumuli Fatati), poich si riteneva che sotto i giganteschi tumuli ricoperti d'erba, molto comuni sull'isola, si trovassero alcuni dei loro principali palazzi.
L'Irlanda, in effetti,  la nazione in cui  possibile trovare le pi complete testimonianze sul popolo fatato e sulle sue stirpi principali. Le ballate e le saghe irlandesi, infatti, tracciano una dettagliata storia di questa genia attraverso migliaia di anni, sino a raggiungere il tempo in cui non c'era alcuna barriera fra il nostro mondo e il reame incantato.
Stando a quanto narrano le leggende, l'Irlanda era allora popolata da un popolo chiamato Firbolg, che inizi a civilizzare la natura sino a quel momento incontaminata.
Un anno, la mattina del primo di maggio, il cielo settentrionale dell'isola venne oscurato da una nube che si allarg sulle colline e copr interamente il sole. Questa si ferm presso i picchi del monte Conmaicne Rin, nel cuore dell'Irlanda, e rimase sospesa nell'aria per tre giorni. Quando la bruma inizi a dissolversi e ad allontanarsi verso il mare, lunghe colonne di guerrieri in lucenti armature iniziarono a scendere dai versanti montuosi, respingendo i Firbolg e reclamando il possesso dell'isola.
Questi guerrieri fatati erano giunti dalle isole incantate che si trovano presso il Polo Nord, e avevano viaggiato verso una terra pi ricca e felice all'interno della nube nera che si era fermata presso il Conmaicne Rin. Vennero chiamati dagli esseri umani Tuatha D Danaan, ovvero Figli della Dea Danu, una dea che sovrintendeva alla fertilit. Alcuni, per, sostengono che questo nome sia derivato dal fatto che il popolo fatato possedeva alcuni poteri propri di questa dea. Divennero famosi,  scritto in un antico manoscritto (il Lbor Gabata, o Libro delle Invasioni), come la gente pi bella e attraente, di nobile portamento, ricercata nel vestire e nei gioielli, dotata di un'abilit nella musica e nel canto che mai pi venne eguagliata in Irlanda. Il loro potere era immenso, poich erano in possesso di amuleti magici: una spada e una lancia che potevano abbattere qualsiasi nemico, e un calderone pieno di cibo.
Nessuno  in grado di dire per quanto tempo governarono i Tuatha D Danaan, ma, in un tempo cos antico che non si era ancora formato il granito che compone il sottosuolo irlandese, vennero affrontati e battuti (nonostante i loro amuleti) da una razza di guerrieri mortali, gli antenati dei Gaelici, che ancora oggi abitano sull'isola. I Tuatha trovarono un rifugio sicuro nell'invisibilit. Alcuni di loro costruirono regni sotto i tumuli o sotto i laghi dell'Irlanda, della Scozia e del Galles, mentre altri migrarono sulle isole sperdute che allora sorgevano nell'oceano Atlantico.
Nascosero i loro nuovi regni con mura invisibili a tutti tranne che a loro stessi e inaccessibili alla maggioranza dei mortali.
Questo fu l'inizio dell'allontanamento dei Tuatha, e fu proprio da questo periodo che vennero chiamati Daoine Side. Non scomparirono, per, definitivamente dal nostro mondo per centinaia di anni.
Al contrario, continuarono a combattere le loro guerre e a seguire le loro vie per secoli, nascosti alla vista degli uomini che li avevano battuti.
Durante questo periodo, il popolo fatato e i mortali, bench separati, si trovarono spesso uniti in una gigantesca rete di intrighi e desideri. Legati gli uni agli altri attraverso le sorgenti, i mari, le piante e i campi, le due razze continuarono a interagire fra loro, nonostante avessero nature spesso incompatibili. Pi volte, spinti dalla fratellanza delle armi o dall'infocata passione dell'amore, le creature di Faerie si avventurarono nel mondo dei mortali. Pi volte, gli esseri umani partirono per viaggi che li avrebbero portati oltre gli invisibili confini di Faerie, alla ricerca di incredibili avventure.
Per i marinai irlandesi, ogni viaggio nell'oceano era insicuro e imprevedibile. Le acque del mare d'Irlanda e dell'Atlantico Settentrionale ospitavano strane isole che potevano apparire e scomparire, come raccontano le storie di viaggi, che nell'isola verde sono chiamate anche Immrama,
Alcuni avventurieri narrano di aver visitato alcune di queste isole: una era popolata da uomini con la testa di gatto, un'altra da individui con la testa di cane; una aveva una fontana dalla quale zampillavano latte, birra e vino; su un'altra correvano giganteschi cavalli; ne esisteva una, infine, dove tutte le cose diventavano bianche da un lato e nere dall'altro.
Era molto difficile prevedere se un viaggio per mare si sarebbe svolto normalmente oppure se i freddi venti e le correnti del nord avrebbero spinto la nave attraverso una delle invisibili barriere che nascondono il reame di Faerie, come una volta accadde a un principe di nome Teigue.
Figlio ed erede di un importante signore del Munster, nella regione occidentale dell'Irlanda, Teigue aveva intrapreso un viaggio per mare per vendicarsi.
Un bandito di nome Cathmann aveva invaso con una fltta di nove navi le sue terre, aveva devastato i campi, bruciato i villaggi ed era poi ripartito alla volta della
sua fortezza (un'isola non lontano dalle coste della Spagna) portando con s Liban, la moglie di Teigue, e due dei suoi fratelli.
Il nostro eroe part con quaranta guerrieri, un brigante della banda di Cathmann persuaso a collaborare e la ferrea determinazione di liberare la sua famiglia. Per questo scopo fece costruire appositamente un currach (o coracle), ovvero una barca assai robusta. Le fiancate erano state rinforzate con il metallo e gli alberi erano imponenti. La struttura, si narra, era stata rivestita con un robusto strato di cuoio rosso, ottenuto macellando quaranta grossi buoi.
Una brutta mattina di marzo spinse-ro la nave in mare presso Kerry Head e, a colpi di remo, gli irlandesi si diressero al largo, verso un oceano freddo, nero e tempestoso.
Navigarono per oltre un mese, senza mai raggiungere una costa, all'interno di un denso banco di nebbia che, molto raramente, veniva squarciato per permettere a un pallido sole di raggiungere i naviganti con i suoi raggi.
Gli uomini cominciarono a rattristarsi e persino il bandito catturato, che era stato incatenato a prua, passava la giornata a gemere sconsolato. Ogni tanto guardava davanti a s, ma a causa della nebbia aveva completamente perso il senso dell'orientamento. Una sera, alla fine, esclam disperato: Ci siamo persi. Stiamo seguendo una corrente che non conosco e, sinceramente, non so dove andremo a finire.
Non appena ebbe terminato di parlare, ecco sorgere un vento che avvolse la nave come un falco imprigiona fra le ali la sua preda. Il mare inizi a infuriarsi e grosse onde iniziarono a colpire la nave, mentre i gelidi spruzzi superavano la bordata e cadevano sul ponte. Tormentati dalla tempesta, gli uomini si gettarono sui remi, nonostante le dita fossero quasi congelate dal freddo. Teigue cominci a battere il tempo, e in breve riuscirono a portare la nave sotto vento; subito ammainarono le vele e lasciarono che fossero il vento e la corrente a guidarla senza pericolo. Grazie a questa ardita manovra, riuscirono a viaggiare senza ulteriori pericoli per un giorno e una notte.
Al mattino successivo il vento scem, e la nave si arrest quasi per miracolo. Sorse il sole, facendo brillare la ormai quieta superficie del mare come se fosse costellata da milioni di diamanti. Subito alzarono le vele e fecero rotta verso ovest, mentre il sole illuminava le loro spalle.
Presto avvistarono, in lontananza, una costa. Si diressero verso terra e, in breve tempo, riuscirono a raggiungere la foce di un fiume di acqua verde, limpidissima.
Teigue e i suoi uomini cercarono un approdo, e tirarono in secca la nave sulla battigia sabbiosa. Poi, prudentemente, si addentrarono nel bosco.
Capirono subito che non si trattava di un luogo normale: nel Munster la primavera era appena iniziata, la terra era ancora gelida e gli alberi avevano la corteccia nerastra. Qui, invece, gli alberi erano pieni di foglie e si vedevano ovunque frutti. I rami ondeggiavano dolcemente, bench non si sentisse alcuna traccia di vento, e sembrava quasi che potessero avvertire gli intrusi che stavano passando sotto di loro. Erano tutti alberi sacri alle antiche popolazioni che vivevano in Irlanda, cos venerati che anche solo spezzare un ramoscello sarebbe stato un crimine tanto grave da essere punito con la morte immediata.
I guerrieri camminarono ancora per un breve periodo di tempo, poi il bosco si fece meno fitto e il sole inizi a brillare fra gli alberi. Infine, gli eroi vendicatori raggiunsero il limite della foresta e poterono cos osservare la terra che si parava loro davanti. Subito iniziarono a ridere di gioia.
Si trovavano davanti a una gigantesca pianura, che sembrava confondersi con l'orizzonte, dove il verde dell'erba si mescolava al bianco dei fiori. Tre basse colline rompevano l'uniformit del paesaggio, e su ciascuna sorgeva un ben fortificato palazzo, sulla cui scalinata di marmo candido come neve, attendeva i guerrieri una bellissima e radiosa dama. Sembrava che conoscesse i visitatori e li stesse aspettando, perch salut Teigue chiamandolo per nome e lo condusse sulla successiva collina, dove si ripet la medesima scena.
I viaggiatori raggiunsero la terza collina e, seguendo le istruzioni che la dama aveva impartito a Teigue, attraversarono il magnifico portale ad arco ed entrarono nella corte. Qui cresceva un gigantesco melo, con i rami bianchi per gli innumerevoli fiori e appesantiti da bellissimi frutti.
Attraverso i rami fioriti ecco giungere una donna, simile anch'essa a un fiore. Osserv i mortali con uno sguardo calmo e tranquillo, e chiam Teigue per nome. Al dolce suono di quella voce, il guerriero abbandon ogni timore e fu pervaso da un sentimento di pace e amore che sino a quel momento era stato soffocato dal suo spirito di vendetta.
La donna disse di chiamarsi Cliodna Fair Hair - Cliodna dai Capelli Fatati - di essere una figlia dei Tuatha D Danaan e che tutta l'isola apparteneva al suo popolo. Avvis i visitatori che i frutti del melo erano cos potenti che chiunque ne avesse mangiato non avrebbe mai pi avuto fame... finch fosse rimasto sull'isola. Infine, mise in guardia Teigue, rivelandogli che un giorno trascorso sull'isola equivaleva a un anno nel mondo dei mortali. L'eroe aveva una missione da compiere.
La fanciulla fatata gli rivel che avrebbe potuto dargli tre doni che lo avrebbero aiutato nell'impresa. Il primo era una guida che lo avrebbe condotto al luogo che desiderava: chiam tre uccelli dai rami, uno blu con la testa cremisi, uno scarlatto con la testa verde e uno con le piume di tutti i colori dell'arcobaleno e la testa d'oro. Il secondo dono fu un calice di smeraldo che, afferm la donna, avrebbe protetto la vita di Teigue sino a quando questo lo avesse tenuto con s. Il terzo dono fu forse il pi prezioso: rivel al guerriero in quali circostanze sarebbe morto, cos che potesse prepararsi in maniera appropriata; nel frattempo, avrebbe potuto combattere senza eccessivi rischi.
Infine, gli confid che lei stessa sarebbe stata presente il giorno fatale sulle rive del fiume Boyne, quando sarebbe stato ucciso da un cervo selvaggio.
L'eroe mortale e la dama fatata si scambiarono un triste sorriso. Il giovane, ora, era stato preparato alla battaglia dalla fanciulla, che gli aveva insegnato a non temere nulla, anche se la medesima cosa non valeva per gli uomini del suo seguito. Questi, infatti, borbottavano ansiosi e timorosi fra loro, ma seguirono senza protestare il loro capo quando, con la dama fatata al suo fianco, usc dalla corte, riattravers la valle e verso sera giunse nuovamente alla nave che lo aspettava.
L'acqua sembrava sospirare attorno alla chiglia quando il natante raggiunse la foce, sopra gli alberi, alti nel cielo di prora, i tre uccelli continuavano a volare e cantare senza mai interrompersi, guidando i nostri eroi verso il loro destino di gloria. Sulla spiaggia li osservava la donna fatata, e da lontano sembrava magnifica, cos avvolta nella luce delle stelle. Non si mosse e non profer parola, ma continu a fissare Teigue tra la nebbia densa.
Quando il currach raggiunse il mare, finalmente la nebbia si disperse in bianchi refoli sull'acqua e, alla fine, tutti poterono osservare solamente il mare: dell'isola non rimaneva alcuna traccia. La nave continu a percorrere il mare verso sud, guidata da una corrente fatata. Sopra i suoi alberi, i tre uccelli continuavano a compiere ardite evoluzioni, mentre l'equipaggio si muoveva con una calma quasi innaturale, come se fosse stato stregato.
Gli uomini del Munster si risvegliarono solamente quando i tre uccelli cessarono di cantare e divennero tre puntini luminosi nel cielo settentrionale che si dirigevano verso casa. Entro pochi istanti la nave tocc terra, e i viaggiatori si trovarono in un piccolo fiordo che penetrava in una costa ricoperta di boschi di pini. Oltre l'acqua c'erano i bastioni di una fortezza costruita in legno e, sul pennone pi alto, sventolava lo stendardo del pirata Cathmann, colui che aveva rapito la moglie di Teigue e reso schiavi i suoi fratelli. I guerrieri erano finalmente giunti sul campo di battaglia.
Teigue lasci i suoi uomini di guardia, si arm di tutto punto e si allontan per esplorare il territorio. Mentre camminava silenziosamente sulla sabbia, sent che dal mare una voce sussurrava il suo nome.
Un macilento traghettatore, che remava stancamente su una barca mal ridotta, si accost alla riva. Era Eoghan, uno dei fratelli di Teigue, ridotto in questo stato dopo un anno di prigionia.
Portava buone notizie: la donna era viva, ma era prigioniera di Cathmann, che desiderava prenderla con s; sino a ora aveva atteso solamente a causa delle preghiere di Liban. Teigue era arrivato in un momento in cui venivano tessuti intrighi, poich due sottoposti del pirata volevano ribellarsi e i due fratelli di Teigue, Eoghan e Airnelach, li avevano aizzati in segreto contro il loro signore. Il fratello descrisse minuziosamente le difese di Cathmann, poi traghett Teigue e i suoi guerrieri sull'altra riva, nei pressi del castello. Nel vicino bosco, i ribelli si erano radunati con tutte le loro forze.
Fu cos che il principe irlandese si vendic del suo nemico, non disponendo solamente dei suoi quaranta uomini, bens di un esercito di oltre settecento guerrieri. I vendicatori sciamarono quella notte nella fortezza, mentre Cathmann e i suoi uomini erano ubriachi dopo un festino. Fu una dura battaglia, e alla fine Teigue diede fuoco al castello. Alla innaturale luce della fortezza che ardeva, affront Cathmann in singolar tenzone. Il principe irlandese sub colpo dopo colpo, ma possedeva il calice di smeraldo che lo rendeva insensibile alle ferite, e cos continu a combattere, sino a eliminare il suo avversario. Alla fine, narrano le cronache, aveva il corpo coperto da trenta ferite, ma non mor.
La sua fine giunse invece molti anni dopo, quando ormai l'avventura non era altro che un ricordo. Furono anni di gioia fino a quando, un giorno, un cervo bianco spunt dal bosco e caric Teigue presso le rive del Boyne. Come aveva promesso anni prima, la fanciulla fatata lo raggiunse in punto di morte.
N il principe, n i suoi guerrieri riuscirono mai a scoprire in quale punto dell'oceano si trovasse la misteriosa isola dove avevano varcato le barriere che isolano Faerie dal nostro mondo. Nessuno pu saperlo: i confini con l'altro mondo non sono mai definiti e continuamente possono spostarsi.
In quei tempi, nonostante i disperati sforzi della mente umana, il mondo era ancora pieno di incertezza. Non era solamente la sconosciuta natura selvaggia che impauriva gli uomini, o il misterioso oceano che lambiva le coste, oppure le alte montagne, quasi inaccessibili o ancora le oscure foreste che circondavano ogni villaggio o castello.
Certo, il mondo naturale era molto pericoloso, ma le pi grandi incertezze e paure venivano da un altro luogo: lo spazio e il tempo dei mortali erano talora lacerati da aperture che permettevano di accedere a luoghi dove le leggi che regolavano il nostro mondo divenivano all'improvviso prive di alcun valore.
Forse per questo motivo gli esseri umani hanno sempre avuto l'abitudine di voler definire e catalogare ogni cosa, in maniera tale da renderla ben nota. Poich a volte  pi facile definire una cosa per ci che non , si  spesso giunti a ragionare in termini contrapposti fra loro, soprattutto per quanto riguarda la natura che ci circonda. Nelle stagioni, per esempio, abbiamo l'inverno, dove la natura riposa, contrapposta all'estate, dove invece la terra fiorisce.
Analogamente,' le ore dividono facilmente il giorno (dove brilla il sole) dalla notte (dove invece  assente).
Vi sono per dei tempi che non sono una cosa n il suo opposto, e che quindi rischiano di sfuggire a una precisa classificazione. Prendiamo per esempio l'alba e il crepuscolo: questi momenti non appartengono al giorno e neppure alla notte.
E cosa dire di mezzanotte e mezzogiorno? E delle notti fra le stagioni? La notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre era detta Samain (ora Ognissanti o Halloween) e quella fra il 30 aprile e il 1 maggio Beltane (ora Calendimaggio). Durante queste notti le normali regole umane venivano meno e il caos del mondo fatato regnava incontrastato. Anche i passaggi fra il nostro mondo e quelli che ci circondano si aprivano misteriosamente.
Lo stesso accadeva con lo spazio: i mortali hanno sempre cercato di definirlo e cartografarlo. Hanno creato paesi, regioni, contee, citt, castelli e recinzioni, per delineare e determinare con precisione dove vivevano. I confini erano un argomento cos importante nell'Europa medioevale che in primavera veniva celebrata una cerimonia chiamata Marcatura dei Confini, dove venivano ridefiniti e marcati tutti quelli conosciuti, talora piantando dei noccioli, talora infiggendo nel terreno paletti di legno (grazie alla volonterosa opera dei pi giovani), oppure trasmettendo la conoscenza dei limiti territoriali di generazione in generazione. Ma cosa erano realmente le linee divisorie, i fiumi, che separavano dei territori, la costa che divideva la terra dal mare, gli incroci, le siepi, i muri e le recinzioni? Queste non appartenevano a uno dei due luoghi che separavano e quindi potevano servire come portali per il regno di Faerie.
Per questo motivo la gente era molto attenta a tutto quanto concerneva i confini, consci che avrebbero potuto farvi strani incontri. Gli spiriti dei morti potevano muoversi liberamente e gli irlandesi sapevano che, se qualcuno si avventurava da solo nelle notti di Samain o Beltane e udiva passi dietro di s, non doveva voltarsi per nessuna ragione: erano i passi di un morto. In Galles si diceva che su ogni stile sedeva uno spettro. Gli stile erano i gradini che permettevano di attraversare le recinzioni e i muri dove non c'erano porte o ingressi di altro tipo, ed erano molto comuni in quella regione. Le streghe volavano all'alba e al tramonto, e in questi periodi poteva essere rivelato anche il futuro. Si narra che chi attendeva sul sagrato di una chiesa inglese potesse talora sentire una voce che recitava i nomi di coloro che sarebbero morti l'anno successivo. Nelle notti che precedevano il cambio di stagione, il potere delle creature fatate raggiungeva il suo apice, consentendo loro di compiere imprese di ogni genere. Le fate cavalcavano in festose processioni conosciute anche come cortei fatati. Spesso queste loro sortite erano benevole, e si narra che in Scozia la Corte Felice cavalcasse per benedire i pascoli e i campi degli uomini.
Giunse alfine un'epoca in cui gli esseri
umani iniziarono a temere ci che il popolo fatato poteva compiere durante questi
periodi fra il giorno e la notte. Ma prima
che le due razze si separassero definitivamente, molte persone si recarono furtivamente nei campi e nei boschi
durante le sere di festa perosservare le fatate danze sui verdi prati e udire le seducenti e sconosciute musiche delle fate. Se erano fortunati - o sfortunati - potevano persino assistere all'apertura di un tumulo per rivelare le baluginanti luci del regno che racchiudeva, oppure erano testimoni di splendidi cortei. In questa epoca remota la gente non era timorosa di entrare in questi mondi e compiere avventure e incontri meravigliosi.
Il viaggio nell'oceano di Teigue fu un'avventura di questo genere, come pure quella compiuta da Pwyll, un sovrano gallese che, durante una caccia, visse qualcosa di incredibile e mortale.
Pwyll era il sovrano del Dyfed, una regione del Galles sud occidentale. Un giorno d'autunno decise di andare
a caccia. Con i suoi uomini e i cani si lanci alla volta delle boscose colline che si trovano nella valle del fiume Cuch dove, si diceva, vivevano i migliori cervi della regione. La compagnia cavalc per tutto il giorno per raggiungere la regione alla sera.
Si accamparono per la notte e, prima che il sole sorgesse, Pwyll prepar gli uomini e i cani per la caccia. Mentre i suoi animali annusavano il terreno fra gli zoccoli dei cavalli, la compagnia si rec nel cuore della foresta.
Era l'alba e, in pochi istanti, i cani fiutarono la pista di un cervo. Si lanciarono quindi all'inseguimento, latrando e gemendo mentre attraversavano veloci i cespugli del folto sottobosco.
Pwyll spron il cavallo, deciso a non perdere la preda, e in breve semin i suoi compagni, avventurandosi da solo nella folta foresta. Per un istante perse di vista i cani, ma ud subito un rassicurante latrato che gli indicava la direzione da seguire. Giunse cos in una radura, dove si arrest stupefatto: dei suoi cani non c'era traccia ma, al loro posto, c'era una muta di segugi con il manto bianco splendente e con occhi e orecchie scarlatti che si disputava i resti del cervo. Per un istante, sorpreso, il principe cerc di riordinare le idee, ma nulla riusc a rassicurarlo: i cani appartenevano a una razza mai vista in precedenza e anche la foresta, ora, sembrava un luogo tutt'altro che rassicurante. Alla fine si mosse, attravers la radura e disperse i cani. Vide allora la sua muta che cercava di divorare il cervo morto. Quando solevo lo sguardo, si accorse che le sorprese non erano affatto terminate: davanti a lui si trovava un individuo alto, vestito con abiti grigi da cacciatore che sedeva in sella a un cavallo riccamente bardato.
Mi hai contrariato, straniero esord lo sconosciuto.  poco cortese prendere la preda abbattuta da un altro cacciatore.
Pwyll assunse un'aria tutt'altro che rassicurante e, con una smorfia minacciosa domand: Straniero, in quale terra ci troviamo?.
 Siamo nell'Annwfn replic tranquillamente l'altro. Annwfn, in gallese, significava non-Mondo. Pwyll impallid: mentre stava cacciando non si era accorto di aver varcato una di quelle porte nascoste che permettono di entrare in Faerie. Io sono Arawn, il re di Annwfn continu il cacciatore.
 Dimmi solo come posso riscattare il mio onore con te, Signore esclam Pwyll.
 In effetti un modo ci sarebbe inizi Arawn. Dovresti recarti nell'Annwfn dopo aver assunto le mie sembianze e regnarvi come sovrano in mia vece per un anno e un giorno. Durante questo periodo avrai i pieni poteri e il tuo letto verr riscaldato
 dalla pi desiderabile donna del mondo. Alla fine di questo periodo dovrai affrontare un mio nemico. Si chiama Havgan, e il suo regno confina con il mio. Ogni anno combattiamo in duello. Se vincerai, ci incontreremo nuovamente in questo luogo e tutto torner come prima.
Pwyll accett e i due cavalcarono assieme verso il limite pi lontano della radura. Qui Arawn indic un palazzo che sembrava brillare in lontananza. Ecco la mia dimora disse. Mentre Pwyll saliva sul cavallo di Arawn, questi gli raccomand: Sta attento. Se vuoi vivere, colpisci Havgan con un unico fendente. Colpisci sempre per uccidere. Ricorda, un secondo colpo lo far guarire e lo render invulnerabile.
Poi il sovrano fatato si allontan. Prima di entrare nella foresta, si volt e alz la mano. Pwyll quasi cadde da cavallo per lo stupore: l'uomo che si trovava davanti a lui era una copia perfetta del principe gallese. Subito il suo occhio corse alle sue mani strette sulle redini: ora erano magre e scure come quelle di Arawn.
Vestito e praticamente uguale al sovrano straniero, Pwyll cavalc sino al palazzo, osservando con estrema curiosit il paesaggio che stava attraversando. Il sentiero si snodava fra verdi campi delimitati da limpidi torrenti. Alla fine della sua strada si trovava un castello con numerose torri e i tetti che brillavano alla luce del sole. Ovunque le colorate bandiere garrivano alla brezza.
Non appena le raggiunse, le porte si aprirono, per permettergli di entrare, e immediatamente uno stuolo di servitori accorse per aiutarlo a scendere di sella e per accudire il cavallo.
Un gruppo di cavalieri in armatura dorata si strinse attorno a lui e, mentre entrava nella sala, tutti gli chiesero della caccia.
Cos Pwyll comprese che Arawn era un sovrano amato dal popolo e stimato dai suoi cavalieri.
Nella sala il fuoco ardeva scoppiettando e le lunghe tavole erano state imbandite per una festa. La moglie di Arawn lo stava attendendo e il principe si rese conto che il sovrano aveva detto la verit: era la donna pi bella che avesse mai visto. I suoi capelli brillavano e la sua pelle era cos eterea che, quando ella bevve il vino, Pwyll pens di poterlo vedere in trasparenza mentre scendeva nella sua gola. La regina rest al suo fianco per tutta la serata, mentre i festeggiamenti erano in corso, sempre parlandogli e sorridendo. Era chiaro che la moglie di Arawn amava il marito, e il principe si comport di conseguenza.
Al termine dei festeggiamenti, per, quando raggiunsero la stanza da letto, Pwyll si sdrai con lo sguardo rivolto al muro e non si mosse n profer parola, anche quando la donna cerc di invogliarlo. Aveva le sembianze di Arawn, ma non poteva giacere con sua moglie, anche se lei non era in grado di notare la differenza.
La vita continu cos per tutto il primo anno: durante il giorno cacciava, faceva festa e scambiava cortesie con la moglie di Arawn, e ogni notte si voltava verso il muro e non parlava.
L'ultimo giorno, Pwyll si arm di tutto punto e si diresse a combattere la sua battaglia contro Havgan, scortato dai cavalieri di Arawn. Giunsero a un guado che attraversava il torrente, il quale segnava il confine fra i due territori fatati.
Attravers il corso d'acqua e attese l'arrivo del nemico, un individuo dagli occhi pallidi circondato dai suoi seguaci.

Giunto sul campo di battaglia, Mavgan vide il suo nemico, sollev la lancia e grid per ottenere silenzio.
Ascoltate tutti. Questo duello fra sovrani decider la sorte delle nostre due terre. Che nessuno osi interromperlo ? aiutare uno dei contendenti. A nessuno  permesso combattere!.
I due eserciti, obbedienti, si ritirarono, mentre i re mettevano in posizione d'attacco i destrieri. Poi Havgan prese l'iniziativa e, abbassata la lancia, part all'attacco. Pwyll non si lasci intimidire e i due avversari si scontrarono con grande fragore nel centro del guado. Havgan emise un grido di dolore, mentre l'acqua spumeggiava con alte onde attorno ai due sovrani: la lancia di Pwyll aveva schivato lo scudo e perforato la corazza, penetrando nel torace del nemico. Il re fatato si accasci sul collo del cavallo, poi cadde nell'acqua, che subito si color di rosso. I suoi occhi si offuscarono, mentre osservava l'uomo con le sembianze di Arawn. Per un istante sembr aver compreso chi si trovava davanti a lui.
Il nostro duello era senza quartiere e all'ultimo sangue esclam, mentre sembrava che ogni parola gli provocasse un incredibile dolore. Hai iniziato l'opera con la tua lancia. Ora colpiscimi nuovamente e facciamola finita.
Pwyll, per, ricordava l'ammonimento di Arawn, per cui si limit a replicare: Fatti finire da uno dei tuoi. Io non vibrer un secondo colpo su di te.
Allora Havgan grid ai suoi uomini: Non posso pi comandarvi!. Il sangue usc copioso dalla ferita e dalla bocca: in breve il sovrano fatato mor nelle basse acque del guado. Pwyll sollev lo sguardo dal cadavere e fiss l'esercito nemico.
Decidete chi mi vorr seguire e mettiamo fine a questa lotta si limit a dire, e tutti i guerrieri di Havgan, uno a uno, gli resero omaggio.
Accadde cos che il principe gallese riun i due regni fatati sotto il dominio di Arawn. Il giorno successivo, lasci il palazzo e la dama, per recarsi alla radura dove lo attendeva il vero Arawn.
Il sovrano era gi l, e portava ancora le sembianze di Pwyll. Ho governato saggiamente le tue terre nel Dyfed esord.
Ho riscattato il mio onore replic Pwyll. I due si incontrarono nel centro della radura e si salutarono come amici. Poi ciascuno si diresse verso la propria terra e, come raggiunsero il limitare della radura, riacquistarono il loro vero aspetto.
Quando Arawn raggiunse il palazzo, la sua corte lo salut come sempre, poich nessuno si era accorto della sostituzione. La sua dama, per, mentre parlava amorevolmente con lui e beveva il vino dalla sua coppa, era piuttosto schiva. Quando raggiunsero la stanza da letto, Arawn cerc di abbracciarla, ma la donna si volt dall'altro lato, singhiozzando.
Cosa significa questo atteggiamento? esclam il sovrano.
Come dovrei comportarmi? replic triste la regina. Per un anno hai agito come se io non giacessi al tuo fianco, e ora fingi che non sia successo nulla.
Ma non  possibile che io... Il sovrano si interruppe bruscamente. La donna si volt a guardarlo, e vide che i suoi occhi stavano fissando il vuoto, come se stesse riflettendo. Arawn stava meditando sull'inaspettata onest che il mortale aveva avuto nei suoi confronti. Poi si scosse e disse alla moglie: Perdonami, Signora, ma io non
sono stato con te durante quest'ultimo anno. E le raccont cosa era accaduto.
Quando ebbe terminato di narrare, la donna gli disse: Hai trovato un grande amico, uno che ha rinunciato ai suoi sentimenti per te.
Sono d'accordo replic il re, mentre guardava la moglie che ora sorrideva felice.
Questo  un esempio di come un essere umano e una creatura del popolo fatato strinsero un'amicizia che dur sino alla fine della loro vita. Tornarono spesso a cacciare assieme, sia nel nostro mondo che nell'Annwfn. Quando la sua storia venne divulgata, Pwyll venne chiamato Signore dell'Annwfn e non pi Principe del Dyfed, e prese in moglie una donna appartenente al popolo fatato, la bellissima Rhiannon.
Questi incontri e queste unioni fra i mortali e il popolo fatato erano cosa poco frequente gi nei tempi antichi, e divennero sempre pi rari con il passare dei secoli. Quando il reame degli umani si espanse, limitando la natura entro gli stretti confini della logica, Faerie si allontan sempre pi da noi, sino a divenire qualcosa di strano e incredibile che, ogni tanto, faceva una fugace comparsa nel nostro mondo.

 Il sovrano della compagnia dorata.
Il Grande Re dei Tuatha D Danaan, il popolo fatato che abit l'Irlanda nei tempi antichi, era un individuo che veniva onorato con numerosi titoli e fu protagonista di molte leggende. Era conosciuto come il Padre di Tutti, oppure come Signore della Conoscenza e Sole di Tutte le Scienze. Il suo nome, (Dagda, significa Dio Benevolo.
 Il termine Dagda non fa alcun riferimento ai reali poteri di questo elfico sovrano: vi sono leggende che lo descrivono come un individuo selvaggio e molto ghiotto. In realt queste leggende indicherebbero che si trattava di un essere molto versato in ogni ramo del sapere e del comportamento umano, e che era il pi potente rappresentante di una razza molto pi potente degli esseri umani. La sua mazza da guerra poteva abbattere nove uomini con un singolo colpo, il suo magico calderone non era mai vuoto e poteva dispensare cibo a tutti i guerrieri. La musica della sua arpa, invece, poteva dispensare gioia o dolore, oppure far cadere nel sonno pi profondo.
 Quando la sua schiera fatata abbandon la superficie terrestre per rifugiarsi sotto le colline irlandesi, Dagda cre quattro regni e ne affid uno a ciascuno dei suoi figli.
 
LA BENEDIZIONE DALLA CORTE FELICE.
Benchi loro rapporti con gli esseri umani fossero ambigui e imprevedibili, nei tempi antichi  successo che il popolo fatato abbia elargito grandi favori ai nostri simili.
 La leggenda ora narrata  un esempio di queste eccezioni.
 Un cavaliere scozzese aveva osato respingere le profferte amorose di una donna che praticava le arti occulte. Questa, resa furiosa dal rifiuto, lo aveva trasformato orribilmente: dove una volta si poteva vedere un giovane e piacente cavaliere, ora c'era una gigantesca lucertola, fredda e scagliosa. Sconfortato da una simile sorte, il giovane si nascose presso un albero per tre mesi.
 La notte di Samain, mentre la luna piena saliva nel cielo e i campi brillavano pallidi della sua luce, la bestia ud un suono di flauti e trombe. Sollev la pesante testa e osserv lo splendore della Corte Felice, l'eroico popolo fatato della Scozia, mentre si recava in processione attraverso le colline, benedicendo i raccolti dei contadini.
 L'allegra e solenne compagnia percorse tutta la zona e, alla fine, giunse nel luogo dove lo sventurato cavaliere giaceva in forma di rettile.
 La regina delle fate ferm il suo cavallo, scese di sella e si avvicin al mostro, ordinando nel frattempo al suoi di procedere oltre. Quando la musica fatata svan in lontananza, si sedette sull'erba e poggi la testa scagliosa sul suo grembo. Inizi a strofinare con cura le scaglie e cant dolcemente una misteriosa nenia.
 Per tutto il tempo, il cavaliere giacque privo di conoscenza. La luna inizi a calare, le stelle impallidirono e a oriente i primi raggi del sole fecero la loro timida comparsa. In quel preciso momento, la corazza di scaglie che rivestiva il cavaliere inizi a lacerarsi, sino a cadere al suolo, lasciando il giovane nudo e completamente risanato dalla maledizione. Questi inizi a ringraziare la regina delle fate, ma la dama svan come per incanto nella luce dell'alba, tornando al suo regno sotterraneo.

La signora del re degli elfi.
Nei tempi antichi, un nobile irlandese di nome Eochaid os mettere in palio durante un gioco la sua bellissima sposa, Etain.
suo avversario era un re degli elfi, ed ecco come and la vicenda.
Etain aveva attratto l'attenzione di Midhir, un sovrano dei Tuatha De Danaan, che l'aveva incontrata in segreto promettendole che un giorno l'avrebbe condotta nel suo invisibile regno. La donna aveva acconsentito, ma non poteva lasciare il marito senza il suo esplicito permesso. Midhir aspett un anno intero, poi si present al castello di Eochaid. Chi sei? domand il nobile. Midhir di Bri Leith. Quale motivo ti ha spinto a recarti in mia presenza?.
Vorrei giocare con te a fidchell. fidchell era un gioco simile agli scacchi: si utilizzavano statuette dorate che si muovevano su un piano di gioco d'argento. Eochaid si considerava un campione, per cui accett di giocare senza alcun problema. Come unica condizione, pretese che fosse messa in gioco una posta. Midhir sorrise ed esclam: Cinquanta splendidi cavalli neri con la testa rosso sangue. Midhir perse e pag la posta prescritta. Ottenne di giocare una seconda partita mettendo in palio una ricca posta, che comprendeva cinquanta bellissime barche e cinquanta spade con l'elsa d'oro. Perse nuovamente, e consegn senza battere ciglio a Eochaid la posta. Decisero di fare una terza partita, e quando Eochaid chiese quale era la posta, Midhir esclam: Quello che il vincitore chieder, sar suo!. Il nobile accett. Questa volta, il re degli elfi vinse e pretese il suo premio: abbracciare Etain e ricevere un bacio dalle sue labbra. Eochaid esit, ma l'onore non gli concedeva alcuna scelta: acconsent quindi al desiderio di Midhir, ma gli disse di passare dopo un mese per riscuotere il premio. Quando il sovrano fatato giunse all'appuntamento, trov Etain nella corte, circondata dai guerrieri del marito, non ebbe paura e inizi ad avanzare, mentre la schiera si apriva magicamente per lasciarlo passare. Raggiunse la donna, pass la spada dalla mano destra alla sinistra, e cinse con il braccio libero l'amata. Come per incanto, i due si sollevarono sempre pi in alto, sino a quando sembrarono due uccelli, forse due cigni, che volavano per il paese. Raggiunsero cosi la luminosa terra del fatato sovrano, dando inizio a una guerra fra gli uomini e il popolo di Midhir il quale, per, non abbandon mai la sua moglie mortale.

Nei tempi antichi, quando i Tuatha D Danaan si erano appena rifugiati sotto i tumuli e le colline dell'Irlanda, un loro principe si innamor perdutamente di una donna in circostanze quanto meno inusuali.
Il nome del principe era Angus e, poich era uno dei figli di Dagda, il Grande Re dei Tuatha, la sua vicenda coinvolse tutti coloro che gli erano vicini. Ecco cosa accadde.
Una notte Angus sogn di toccare un morbido abito di seta e di percepire il dolce profumo delle mele. Vide una luce che balenava nell'ombra, vicino al suo letto e che, lentamente, diventava una colonna tremolante e cangiante, sino a trasformarsi in una bellissima donna.
Questa chiam il principe per nome, poi suon con il liuto una melodia cos dolce che Angus sent il proprio cuore che si fermava per ascoltare la musica.

Quando le ultime note svanirono nell'aria, la meravigliosa immagine si dissolse, lasciando il principe desto e stupefatto. Pareva un sogno, se non fosse stato per quel dolce profumo di mela che ancora aleggiava nella stanza. La notte successiva, la stessa immagine si present ad Angus, sempre desiderabile e sempre remota e irraggiungibile.
Per un intero anno la scena si ripet invariata, mentre il principe iniziava a disinteressarsi sempre pi dei suoi compagni per attendere impaziente che giungesse la notte successiva.

Con il passare del tempo divenne sempre pi magro e pallido, poich si struggeva senza posa per la bella donna dei suoi sogni, e ormai stava per morire di quella malattia che gli irlandesi chiamavano mal d'amore. Quando Dagda venne a conoscenza della malattia del figlio, ordin che venisse cercata in tutta l'Irlanda la donna che visitava i sogni di Angus.
Per molti mesi gli eserciti dei Tuatha percorsero in lungo e in largo ogni regione dell'isola, sino a raggiungere sui monti di Gally un luogo chiamato Lago della Vocca del Drago.
Qui trovarono finalmente ci che avevano cercato per tanto tempo. Deposero quindi il principe malato su un carro e lo portarono sul posto. Vi regnavano la pace e la bellezza. Il lago era uno specchio di acqua purissima che rifletteva le bianche nuvole ed era incorniciato da verdi alberiUn Mondo in Miniatura - 36
 Mentre stava giungendo al lago, il principe Ang
us, not qualcosa fra le piante. Si snodava tra le piante una processione di donne fatate vestite di fluttuanti abiti bianchi, come i fiori del melo. Le donne si muovevano a coppie e ciascuna era legata alla sua compagnada una catena d'argento. Una sola, fra loro, camminava da sola. Era pi alta delle sue compagne e portava una catena d'oro. Sorrise tristemente ad Angus, ma non proffer parola. 
Ecco la donna! esclam il principe.
 Caer Ibormeith, figlia di Ethal Anubal, re del Connacht lo avvert un Tuatha.
Dovremo recarci da lui e chiedere la fanciulla. Temo che sar un'impresa ardua.
Cos fu: Ethal Anubal rifiut persino di riceverli, e alla fine lo stesso Dagda con il suo esercito cinse d'assedio il castello.
nella furibonda battaglia che segu, l'esercito di Dagda uccise sessanta guerrieri e prese prigioniero il re Ethal. Come riscatto per la sua libert, Dagda pretese la mano di Caer per suo figlio Angus. Ethal, per, non voleva cedere e rivel che non poteva lasciarla andare perch il suo potere era troppo grande.
Per un anno la fanciulla viveva con le sue dame in sembianze umane, poi si trasformavano tutte in cigni. Solo in questa forma poteva essere corteggiata da un uomo: era un destino bizzarro e triste.
E quando torner a essere un cigno? domand uno dei catturatori di Ethal.
Ecco cosa dovrete fare rispose il re prigioniero.
Angus deve recarsi al Lago della Bocca del Drago, il prossimo Samain, e cercare il magico cigno, a cui chieder la mano.
Quando venne il tempo, Angus e Dagda tornarono ancora una volta presso il lago: sulle sue rive, poco lontano dalla costa, non c'erano donne, ma coppie di bianchi cigni legati fra loro da catene d'argento. Nel mezzo dello stormo un cigno, senza compagna di sventura, aveva una catena d'oro.
Angus lo chiam dalla riva.
Chi mi chiama? domand il cigno.
Sono Angus replic il principe.
Verr con te solamente se mi giuri sul tuo onore che potr tornare a questo lago quando lo vorr.
Lo giuro esclam Angus.
Il cigno nuot maestosamente sino alla riva dove i due uomini lo attendevano.Qui Dagda perse di vista il figlio: un gigantesco
cigno bianco sovrastava la creatura giunta dal lago, nascondendo tutto dietro la sua enorme ala. I due uccelli, uno era stato Angus, l'altro era Caer, nuotarono lungo le rive del lago assieme per tre volte, poi iniziarono a volare verso l'alto, compiendo un movimento a spirale. Salirono di quota nel cielo assolato e, alla fine, si diressero verso le colline irlandesi e scomparvero completamente alla vista degli astanti.
Raggiunsero il palazzo dove abitava Angus e si posarono sugli spalti.
Mentre toccavano terra, cantavano. La melodia era di un'immensa dolcezza e induceva pace e tranquillit in chiunque la ascoltasse, al punto che i paggi e i servitori si addormentavano come per magia.
Questa quiete dur tre giorni, mentre sopra al palazzo i cigni volavano lieti e cantavano la loro canzone nuziale.
Pi Caer e Angus riassunsero sembianze umane e vissero insieme felici per tutta la vita. Ogni tanto, per, si trasformavano in cigni e insieme volavano via.

Un Mondo in Miniatura. 

Una leggenda narra di un marinaio che not una strana luce provenire da oltre la fiancata della sua barca. Osservando con attenzione, vide un pozzo di roccia, sul fondo del quale c'erano montagne ammantate da alti alberi verdi e costellate da turriti castelli. Vide greggi pascolare e cavalieri che cacciavano. Quando l'ombra della sua barca oscur il paesaggio, not che uomini e animali volgevano lo sguardo verso l'alto, come a osservare la nube che aveva tolto loro la
luce. Forse videro anche lui. Nelle vicinanze delle coste scozzesi, si narra, esisteva un regno fatato, noto come Lochlann o come Sorcha. Gli scozzesi sostenevano che i suoi abitanti, mentre erano in acqua erano foche (chiamate Selkie), mentre riprendevano un aspetto umano quando tornavano sulla terra. Era un popolo infelice, perch quando era in forma umana avrebbe voluto vivere in mare, e in forma animale anelava a raggiungere la terra.
Sulle selvagge coste occidentali dell'Irlanda e della Norvegia, la gente che si fermava a osservare il tramonto poteva vedere isole, come di nebbia, emergere dalle onde del mare. Si riteneva che appartenessero a Faerie, poich talora il sole riusciva a illuminare grandiosi palazzi al loro interno. Purtroppo nessuno riusciva a raggiungerle, poich sprofondavano nel mare dopo pochi istanti. Gli irlandesi le chiamavano Isole Benedette e molte avevano un proprio nome, come Tir na n'Og (Terra della Giovinezza) o Tirn Aill (Altro Mondo). Ai confini del Galles sorgeva l'isola di Ynis Gwydrin (Isola del Vetro), cos chiamata perch si riteneva che i suoi palazzi fossero fatti integralmente di questo materiale e risplendessero come cristallo al sole. Sulla terra, invece, i regni fatati erano nascosti all'interno degli erbosi tumuli che, alla vigilia di Ognissanti, si sollevavano su lunghi pilastri per mostrare i palazzi che si trovavano al loro interno.
Se questi luoghi elusivi e poco frequentati potevano essere raggiunti, ricordava un saggio viandante, lasciavano trasparire alla superficie una brillante luce che li faceva splendere di un colore dorato o argentato pi intenso di quello che normalmente
osserviamo nel nostro mondo. I fiori che vi crescevano sopra avevano un profumo pi intenso e i frutti erano pi dolci. Tutto in Faerie  migliore che sulla terra diceva il viandantee da queste maraviglie scoprirete che vi trovate vicino a un luogo fatato.
Don deve quindi stupire il fatto che, quando il mondo era giovane, alcuni eroi scelsero di abbandonare il proprio mondo per abitare entro i confini di Faerie. Un uomo di nome Loegaire, figlio del re del Connacht, segu questo esempio. Loegaire aveva combattuto contro Fiachna, un re del popolo fatato, ed era rimasto incantato da questa terra al punto tale che aveva rinunciato a ogni cosa umana per andare ad abitarvi. La sua decisione aveva spezzato il cuore del vecchio padre.
Un altro eroe che segu il suo esempio fu O'Donoghue, signore irlandese e guerriero cos valoroso da essere osannato persino dal popolo fatato dei Tuatha. O'Donoghue lasci la sua fortezza la mattina del Calendimaggio e si avvi nelle acque del lago Killarney. Affond nel lago e non fu pi visto vivo.
Ogni Calendimaggio, per i secoli a venire, O'Donoghue visit la sua terra natale. Non appena il sole raggiungeva con i suoi raggi il monte Qlenaa, che si trova presso il lago, le acque iniziavano a farsi turbolente e, in cima a un'onda spumosa, ecco apparire O'Donoghue a cavallo. Con lui c'erano giovani leggiadri e fanciulle eteree che danzavano al suono di campanelle d'argento e che scomparivano con lui nelle nebbie che circondavano il lago. Era infatti giunto il tempo in cui i mortali che riuscivano a entrare a Faerie non potevano pi fare ritorno nel loro mondo. Erano ormai perduti, a meno che qualcuno non riuscisse a salvarli. Era un evento rarissimo, ma talora accadeva. I confini fra i due mondi erano sempre pi difficili da attraversare e gli esseri umani non potevano pi toccare senza rischio l'oro del popolo fatato o assaggiare il suo cibo. Per un periodo riuscirono ancora a incontrarsi con esseri fatati e a innamorarsi di loro, ma queste unioni erano ormai foriere di tristezza o disgrazie.
 stato pi volte detto che, con il passare dei secoli, i Tuatha e gli altri esseri fatati ridussero progressivamente le loro dimensioni. Negli ultimi tempi, chiunque avesse visto una delle magiche processioni delle fate non parlava pi di grandi e possenti guerrieri, bens di creature non pi alte di una mano e non pi rumorose di uno sciame di insetti che cantano nell'erba. Le dame erano perfette, anche se piccolissime, e i loro abiti d'oro e d'argento splendevano alla luce della luna. Allo stesso modo, i minuscoli cavalieri erano vestiti con corazze d'oro che risplendevano come pietre preziose. L'aria attorno al corteo era illuminata da innumerevoli luci ed era fresca e limpida.
 stato detto anche che i principi delle fate erano diventati cos piccoli che potevano cavalcare grilli e cavallette anzich destrieri, e che le loro armature erano fatte con le squame dei pesci. Non vivevano pi sotto i tumuli e nelle profondit marine, bens all'interno delle querce, nelle campanule delle primule selvatiche, oppure sotto le foglie di betulla e ontano.
Gli eroici rappresentanti del popolo fatato
si sono gradualmente divisi sino a costituire
una specie separata completamente dalla
nostra. Ora sono stati assorbiti dalla popolazione delle fate della terra, che ha governato sui boschi, sui campi e sui fiumi sin dall'alba della creazione.

Per secoli, la presenza delle fate era rivelata da segni quasi invisibili ai nostri occhi, come per esempio una foglia che trema oppure un'improvvisa minuscola luce vicino al suolo. Se un mortale osava avvicinarsi per indagare, il popolo fatato svaniva per proteggersi dagli sguardi indiscreti degli intrusi. Una persona gentile che si avvicinava senza disturbarli, invece, poteva sentire le flebili note emesse da minuscoli flauti e vedere per un attimo lo sfarzo di una splendente processione in miniatura.
Questi minuscoli elfi delle foreste e dei campi continuarono a mantenere il medesimo stile di vita che anticamente praticavano i loro progenitori. In un reame dove una foglia diventa un sarcofago, dove una spina pu uccidere e dove anche un maggiolino diviene una temibile belva, trascorsero il tempo fra feste, musica, gare di agilit e guerre. Bench fossero ancora meravigliosi nei loro abiti di petalo e nelle splendenti corazze di squame, erano ormai una razza in declino. Spesso capitava a qualche fortunato mortale di assistere alle cerimonie del popolo fatato, ma le ultime voci in proposito parlavano quasi solo di funerali. In effetti, si  sempre sostenuto che gli appartenenti al popolo fatato abbiano avuto una vita molto lunga, soprattutto se paragonata a quella umana, ma non erano immortali.

Capitolo Due

Guardiani di Campi e foreste.
 
Nei tempi antichi, poche regioni erano cos cariche di mistero come la taiga, la foresta di abeti, betulle, pini e pioppi che occupa una vasta area della Russia asiatica. La taiga  uno strano e pericoloso regno. Qui circolano liberamente il lupo, l'orso, la tigre, il leopardo, il cervo, l'alce e il capriolo. Tutti gli animali, narrano le leggende che vengono tramandate nei villaggi, erano governati dal misterioso popolo fatato delle foreste, chiamato Leshiye. Pochi esseri umani hanno avuto occasione di vedere un Leshy, e tutti hanno fornito dati contraddittori nella descrizione di ci che avevano osservato. Il popolo fatato che abitava questi luoghi sembrava essere mutevole d'aspetto come la luce del sole su una foglia, ed era in grado di mimetizzarsi perfettamente con l'ambiente circostante. Un Leshy poteva essere alto e slanciato come un vecchio albero, verde e tentacoluto come i viticci che lo imprigionavano e dello stesso colore del tronco. Poteva anche essere minuto come un topolino di campagna, in grado di passare non visto attraverso il sottobosco, a meno di una spanna dai piedi di un eventuale curioso. Poteva anche apparire come un vortice d'aria con le foglie degli alberi che danzavano al suo interno. Fra i suoi poteri c'era anche quello di assumere le sembianze di un animale, come un lupo o un gufo, e persino divenire un anziano essere umano vestito di pelliccia. Si narra che il vero aspetto di queste creature fosse umanoide, con la barba e i capelli verdi come l'edera, il volto allungato e magro, gli occhi che lampeggiavano freddi, piccole corna sulla fronte e gli zoccoli fessi di una capra.
In realt, questi rappresentanti del popolo fatato venivano uditi, pi che avvistati. Erano capaci di produrre tutti i suoni tipici della taiga, dal verso del gufo all'ululare del vento, dal picchiettare della pioggia al fruscio delle foglie mosse dalla brezza, agli echi che si odono fra i secolari tronchi. Solo gli individui pi coraggiosi che osavano avventurarsi nelle remote profondit della foresta sapevano riconoscere gli innocui rumori dai seducenti richiami. I cacciatori, i taglialegna e i carbonai sapevano bene che, se avessero dato ascolto a un richiamo dei Leshiye potevano essere traviati, convinti ad allontanarsi dal sentiero e andare incontro a veri pericoli. Il problema era che ogni minimo rumore poteva nascondere un'oscura insidia.
Si diceva che un Leshy fosse fautore di inganni e ostile al genere umano. Spesso una di queste creature abitava fra i rami degli alberi, come un neonato in una culla, e veniva sentito ridere, piangere o sospirare. Un Leshy che si comportava in questa maniera era detto anche Zuibotschnik, dal nome che i russi davano alla culla. Spesso, invece, abitavano nelle capanne semi-abbandonate che venivano utilizzate dai viandanti per ripararsi. Un essere umano che entrava in una capanna abitata da un Leshy invadeva di fatto una parte del regno incantato: l'intruso era condannato a trascorrere la notte assediato da ululati, ticchettii e lamenti che la creatura faceva all'esterno.
Nel pieno dei suoi poteri, un Leshy era di fatto un sovrano capriccioso e selvaggio, ambiguo e complesso come la stessa taiga. In primavera i boschi risuonavano delle battaglie fra Leshiye, con grandi scricchiolii, ululati di vento e improvvise cadute di pioggia. In autunno inoltrato, prima di rifugiarsi sottoterra, il Leshy doveva vestirsi di pelliccia, e gli animali fuggivano davanti alla sua furia distruttrice.
Durante l'estate, per fortuna, il suo temperamento migliorava. Talora rimetteva a posto i segnali dei sentieri, a volte aiutava i viandanti fingendosi uno di loro, oppure riusciva a richiamare presso un villaggio un bambino che si era perso. Altre volte, invece, si divertiva a portare lentamente un viandante fuori strada, sino a lasciarlo in mezzo alle paludi o sull'orlo di un pericoloso precipizio. A volte piacevole, a volte terrorizzante, la risata di un Leshy usciva spesso dai confini della foresta.
Si narrano tristi storie di donne che, richiamate nel bosco da voci che sembravano uscire dalle betulle, vennero rapite da Leshiye in sembianze di capre. Talora i viaggiatori venivano terrorizzati a morte dalle creature che, nell'oscurit, li tormentavano con le loro grida, frustavano loro la faccia con i rami e li martirizzavano fino a quando non impazzivano ed esalavano l'ultimo respiro.
Chiunque decidesse di entrare nella foresta, lo faceva a suo rischio e pericolo; talora si cercava di ingraziarsi il popolo fatato con offerte. I pastori erano soliti abbattere una mucca e lasciare il corpo in offerta ai Leshiye prima di avventurarsi con la mandria nei pascoli all'interno della foresta. I cacciatori lasciavano invece pane e sale come promessa di eterna amicizia: il pane indicava la vita e il sale, per le sue propriet conservatrici, indicava l'eternit.
I Leshiye russi costituivano solamente una piccola parte delle creature fatate che abitavano nelle zone selvagge del mondo. Quando i nobili Tuatha D Danaan si ritirarono dal nostro mondo, per riapparire solo occasionalmente, e divennero sempre pi piccoli, l'antico potere della natura rimase comunque forte.
Nel mondo della natura, appena fuori dalla portata degli esseri umani, erano in gioco grandi poteri. L'ordinata distesa di campi e pascoli era sorvegliata e aiutata da forze che facevano crescere il grano e proteggevano le messi, e impedivano che i ladri o i corvi ne facessero man bassa. Nel profondo dei boschi, invece, abitavano i sovrani degli spiriti, come i Leshiye o il fantomatico Robin Goodfellow della tradizione britannica. Anche particolari alberi o cespugli erano abitati da spiriti, come pure le sorgenti e alcuni laghi. Persino i venti e le tempeste erano riflessi della spaventosa potenza e attivit del popolo fatato.
In che modo il popolo fatato fosse giunto in queste lande era una domanda a cui nessuno sapeva dare una risposta. Probabilmente, in un tempo antico, avevano migrato dalle foreste circostanti per sistemarsi nei campi, oppure erano i superstiti delle creature fatate abitanti nei boschi che erano stati abbattuti per fare spazio ai campi. Qualunque fosse la risposta, erano divenuti i patroni e i protettori dei raccolti e dei frutti; con il passare dei secoli, poi, erano stati i pi validi alleati dei contadini. Punivano ladri, predatori e chiunque osasse in qualche modo rovinare il raccolto.
Negli sconfinati campi della Russia viveva uno spirito chiamatoPolevik. Pochissimi lo avevano visto mentre camminava fra le messi, poich era molto astuto e sapeva cambiare velocemente la propria altezza. Durante la primavera, cresceva assieme alle spighe di grano, mentre dopo il raccolto era solito rimpicciolire sino a nascondersi fra le stoppie. Gli scansafatiche che si nascondevano fra le spighe per non lavorare, per, lo conoscevano bene, poich era solito aggirarsi nei campi con un pony che prendeva sistematicamente a calci chiunque non faceva il suo dovere.
In Germania, invece, gli spiriti chiamati Kornbcke non solo sorvegliavano il grano, ma potevano anche farlo maturare. Sfuggenti come i Polevik, controllavano il vento caldo che faceva maturare le spighe stando nascosti nei campi in sembianza di azzurri fiordalisi, oppure giungevano a razziare le messi in veste di scatenate capre.
Non  ancora molto chiaro se questi spiriti si adoperassero per aiutare i contadini nella loro fatica oppure si limitassero a proteggere i campi e i frutteti che erano divenuti la loro dimora. Le fate inglesi che abitavano nei boschetti di noccioli, cos note alla popolazione da essere chiamate con nomignoli come Dick oppure Peg Che Fabbrica il Burro, erano solite infliggere atroci dolori e crampi a chiunque cogliesse in maniera non appropriata le loro nocciole. Probabilmente erano incattivite pi dal dolore inflitto agli alberi che dal furto vero e proprio. Esiste comunque una storia su un elfo che abitava in un frutteto che mostra senza ombra di dubbio che taluni esseri fatati stringevano una salda amicizia con i mortali, purch questi agissero in maniera tale da aiutarli.
Fra le tondeggianti colline del Dorset, si narra che un selvaggio giovane elfo si aggirasse in sembianze di puledro tra i frutteti di meli, invisibile al legittimo proprietario ma ben noto agli eventuali ladri che osavano avvicinarsi, che venivano immediatamente paralizzati dai suoi occhi, verdi come una mela. La leggenda narra di una vedova che traeva il suo sostentamento dalla vendita dei prodotti di due piccoli frutteti, che venivano molto stimati al mercato. La donna era vecchia, con l'artrite che le faceva dolere le giunture e le impediva di raccogliere le mele pi alte. Un vicino, un malvagio individuo che conosceva qualche pratica di magia nera, decise una notte di autunno di saccheggiare il frutteto.
Pensando di proteggersi dallo sguardo paralizzante del guardiano elfico, il losco individuo entr in un gigantesco cesto di legno di melo e recit alcune formule per trasportarsi gi per il villaggio sino al frutteto della povera vecchia. Il cesto si materializz nel centro del frutteto, e il ladro pronunci un'altra formula magica: subito le mele si staccarono dai rami e caddero con violenza nel cesto. Maledicendo il suo
piano decisamente poco accorto, il ladro cerc di evitare i frutti, sino a quando una mela non lo colp direttamente e con molta forza su un occhio.
Imprecando, salt velocemente fuori dal cesto... e pass dalla padella alla brace. Il fatato puledro lo stava attendendo e inizi a morderlo e a prenderlo a calci, sino a quando il ladro fin per trovarsi faccia a faccia con il terribile sguardo verde.
Il mattino successivo l'anziana donna entr nel frutteto e vide il ladro che giaceva morso e dolorante vicino a un gigantesco cesto pieno di mele. Del puledro, invece, non c'era traccia.
Il ladro sapeva a cosa sarebbe andato incontro se avesse cercato di saccheggiare il frutteto, perch il magico puledro era ben noto in paese e, inoltre, si sapeva che gli alberi erano la casa, sin dai tempi pi remoti, delle creature fatate di ogni genere. I boschi dell'antica Grecia, per esempio, erano abitati da una moltitudine di ninfe. Alcune erano solite danzare nei boschi e nelle foreste disabitate dagli uomini ed erano note con il nome di Driadi, dalla parola drus che significava albero. Le ninfe chiamate Amadriadi, invece, erano parte integrante di particolari alberi; il loro corpo si fondeva con quello della pianta e, se questa veniva abbattuta, anche la creatura fatata periva.
Le ninfe e le loro discendenti abitarono per secoli le foreste di tutta Europa. In Germania, gli elfi dei boschi abitavano all'interno degli alberi, utilizzando i buchi nei tronchi come soglie per la loro abitazione. Molti alberi, soprattutto alle alte latitudini, ospitavano creature come le Amadriadi, la cui vita era legata al tronco e alle foglie della loro pianta. I cechi, per esempio, narrano la storia della fata di un salice che di giorno camminava nel mondo dei mortali, mentre ogni notte si ritirava all'interno del suo albero. Si spos con un uomo, gli diede un figlio e visse felice con lui sino a un brutto giorno, quando un gruppo di boscaioli ignari abbatt il suo albero. La fata mor immediatamente, e lo sconsolato marito costru con il legno di quel salice una magica culla che aveva il potere di far addormentare all'istante il bambino fatato.
Nessuno sapeva con certezza quale fra gli alberi che definivano un confine, circondavano la fonte di un villaggio oppure ombreggiavano il sagrato di una chiesa, fosse abitato da una creatura fatata, ma in quell'epoca bisognava prestare particolare attenzione a quelle piante che erano state deformate dall'et, dalla malattia o devastate da una tempesta. Molti di questi alberi, infatti, ospitavano gli spiriti fatati.
Talune specie di alberi, poi, erano strettamente collegate con il mondo del sovrannaturale. Si riteneva che le querce inglesi che crescevano nelle macchie si fossero sviluppate sulle radici di antichissime piante, che servivano da dimora a un popolo di nani assai ostile verso gli intrusi. La presenza di campanule azzurre presso queste macchie di alberi era un chiaro segno che questi nani erano in zona e che bisognava stare molto attenti. L'albero di sambuco ospitava uno spirito guardiano noto sia in Inghilterra che in Danimarca con il medesimo nome: la Madre Sambuco. Era una creatura cos potente e protettiva nei confronti di quanto le apparteneva che i contadini non dimenticavano mai di domandare al popolo fatato il permesso di cogliere le sue bacche. Quando poi si disboscava per creare un campo, i sambuchi venivano
lasciati al loro posto e, attorno a ciascun albero, veniva mantenuta anche un'aiuola che lo proteggeva. Chiunque tagliava un sambuco rischiava di trascorrere una vita piena di malattie e sfortune. Il prezzo poteva per essere ancora pi alto, come ebbe modo di scoprire una famiglia di contadini del Derbyshire.
Ogni notte di Mezza Estate, anche se in avanzata et, il capofamiglia si era arrampicato sulla collina davanti alla fattoria per portare un'offerta ai piedi dei tre sambuchi che crescevano sulla sua sommit. Sul letto di morte, poi, aveva esortato i suoi tre figli a fare altrettanto. Due di questi, per, erano persone insensibili agli antichi misteri e non erano intenzionati a riverire gli alberi, fate o non fate. Solo il pi giovane continu a praticare il rituale.
Questa devozione indispett gli altri due e, un brutto giorno, uno di questi afferr un'ascia e sal sulla collina per eliminare il problema alla radice. Quando torn, i suoi abiti erano divenuti verdi e profumati come un albero e la sua faccia era cinerea. Non riusc a dire cosa aveva visto o percepito dal momento in cui la sua ascia aveva toccato il legno del sambuco. Rimase immobile per giorni sul suo pagliericcio, poi mor. Il secondo fratello sal ad abbattere un secondo albero, e fece la stessa fine. Solo il fratello pi giovane e l'ultimo albero rimasero; per tutta la sua vita e quella dei suoi discendenti, venne perpetuata l'offerta rituale durante ogni sera della notte di Mezza Estate.
La natura di questa particolare stirpe del popolo fatato diviene pi chiara alla luce di alcune storie che i viandanti del medioevo narrano sulle foreste abitate dalle fate e dagli elfi. Gli alberi erano simili a quelli che circondavano i villaggi, ma molto pi potenti, poich il potere di Faerie regnava ancora incontrastato laddove gli esseri umani non erano ancora giunti con la loro civilt. Si diceva che i salici che crescevano nella foresta spesso seguivano i viandanti, terrorizzandoli. Nelle sconfinate paludi del Somerset viveva una fata chiamata l'Antica con la Mano Bianca, che abitava dentro ai boschetti di betulle pallida e magra come i suoi alberi, ed era solita aggredire i viaggiatori. Se riusciva a toccare una testa umana con le sue scheletriche dita, la vittima diveniva istantaneamente pazza. Se invece toccava il torace, causava l'immediata morte.
Gli spiriti che si trovavano oltre il confine umano dei boschi potevano fare questo e altro, ma il loro passatempo favorito era quello di far smarrire il viandante. Ogni creatura fatata adottava un proprio stile: i Leshiye, per esempio, utilizzavano il mimetismo e il travestimento, mentre i Gwyllion si servivano di una diversa tattica. Questa razza fatata abitava sulle montagne del Galles ed era sempre alla ricerca di capre, cui pettinavano la barba ogni venerd, che si riteneva fosse il giorno sacro degli abitanti di Faerie. Spesso assumevano essi stessi le sembianze di una capra, ma generalmente apparivano ai nostri occhi come anziane donne.
Naturalmente, erano ostili nei confronti dell'umanit.
Un gallese di indubbia reputazione, secondo quanto sostenevano i suoi vicini, si trovava una notte su una cresta montuosa, quando vide nella scarsa luce il profilo di una vecchia, i cui scuri abiti si distinguevano appena dalla natura circostante.
Camminava lentamente lungo la strada di pietra e non sembrava fosse difficile raggiungerla. Quando per acceler i passi, il viandante non riusc a ridurre la distanza che la separava e, bench continuasse a chiamarla, la donna non aveva la minima intenzione di voltarsi. Stanco e infuriato, si mise a correre e url qualcosa alla vecchia. Subito dopo dimentic il suo nome, lo scopo del suo viaggio e qualsiasi altra cosa, tranne il desiderio di raggiungerla. Solo quando i suoi piedi affondarono nel fango comprese che aveva abbandonato la strada ed era stato condotto in una palude. Una risata scoppi tutto attorno a lui e lo sventurato comprese di essere stato ingannato da un Qwyllion. Ricordando che il popolo fatato temeva il ferro, estrasse il coltello, e immediatamente il riso cess. Il viaggiatore era solo e si era perso nell'oscurit; non poteva fare altro che rimanere immobile nella palude, in attesa che giungesse il giorno. Questa storia viene narrata con infinite varianti nei racconti dei viandanti di quella lontana epoca. Non  semplice comprendere quando il popolo fatato utilizzava questi stratagemmi per scoraggiare gli esseri umani a entrare in certi luoghi e
quando invece si limitava a divertirsi grossolanamente alle spalle degli uomini.
Un'altra leggenda testimonia la ricchezza di racconti tradizionali su elfi e fate.  un'antica leggenda scozzese, nella quale due giovani cacciatori appresero una dura lezione sul reale potere nelle zone selvagge. I giovani venivano dalla citt ed erano alla ricerca di svaghi e di riposo, stanchi della vita nel loro villaggio. Mentre passeggiavano fra l'erica e le ginestre, videro numerose lepri che saltavano qua e l.
Subito prepararono gli archi, ma quasi tutti i loro colpi mancarono il bersaglio. Dopo circa un'ora dall'inizio della caccia, riuscirono per ad abbattere tre lepri e alcuni uccelli. Tutto sommato, si trattava di un buon carniere. Stanchi di cacciare, i due decisero di riposarsi in un'erbosa valle presso un torrente. Uno dei due cacciatori si sdrai, appoggi la testa su un morbido cespuglio e si mise a rimirare il cielo, mentre il secondo si chin per bere l'acqua dal torrente. Un'ombra oscur all'improvviso il chiarore dell'acqua: il giovane alz subito lo sguardo e vide l'Uomo Scuro della Brughiera. Non era possibile ingannarsi, poich ogni ragazza scozzese conosceva decine di storie che riguardavano questa leggendaria creatura, famosa per il suo spaventoso aspetto
e il suo carattere facilmente irritabile. Era di corporatura bassa, ma i suoi arti possenti davano l'impressione che possedesse la forza degli stessi elementi naturali. Sulla sua testa, i capelli formavano un vero e proprio cespuglio rosso, i suoi abiti erano bruni come i rami in autunno e i suoi piedi erano smisuratamente grandi e callosi. Afferr un grosso ramo e lo picchi per terra, per dimostrare che era infuriato, perch avevano
attraversato la sua brughiera e li maled per aver ucciso le bestie che gli appartenevano. Per lui, dichiar, le mele, le noci e le bacche erano un cibo pi che sufficiente. La brughiera aveva segreti che solamente lui poteva rivelare, continu l'Uomo Scuro, mentre la sua voce assumeva un tono pi dolce. Poteva insegnare molte cose ai giovani, se questi lo avessero seguito sino alla sua tana. Il primo acconsent e si fece avanti, mentre il secondo lo rimprover: Ti far a pezzi non appena attraverserai il torrente esclam, ben sapendo che solamente l'acqua corrente aveva impedito l'attacco dell'Uomo Scuro. Le leggende affermano infatti che una barriera di acqua corrente sia molto efficace contro i malvagi e il popolo fatato. Quando vide che il suo invito era stato rifiutato, la creatura si infuri e scomparve, lasciando solamente un tratto di erba calpestata.
Bench fosse riuscito a scampare a una brutta fine, il primo giovane commise un errore imperdonabile. Mentre stavano tornando, vide una lepre e decise di abbatterla per completare il carniere. Prima che fosse trascorso un anno, si ammal e mor. Tutti furono concordi nel dire che l'Uomo Scuro della Brughiera aveva reclamato la vita del trasgressore.
Bench la natura celasse rischi letali, l'umanit, per quanto attenta, non poteva tuttavia evitare determinati luoghi.
I mortali che riuscivano a vivere pi facilmente nell'ambiente selvaggio, e che spesso venivano inaspettatamente benedetti o protetti dal popolo fatato, erano individui dal cuore buono e caritatevole.
Uno di questi era un taglialegna che, mentre attraversava i monti della Boemia durante una bollente giornata d'estate, giunse a un pozzo blu cobalto in una foresta nera. Sembrava senza fondo, e la brezza che gli passava vicino diveniva immediatamente fredda.
Il taglialegna si ferm in rispettoso silenzio, poich ben sapeva che non si trattava
di un comune pozzo, ma di una segreta
dimora di Rbezahl, uno spirito fatato che
abitava queste foreste. Pochissimi fra coloro che lo avevano visto erano poi riusciti a
descriverlo, anche perch sembrava potesse cambiare aspetto a suo piacere.
nessuno era in vista quel pomeriggio presso il pozzo nella foresta, non c'era traccia di tempeste e non si vedevano illusioni o magie aleggiare nella spessa coltre di abeti che lo circondavano. In ogni caso, prima di chinarsi per bere, il taglialegna chiese perdono al Rbezahl, spiegando che doveva bere perch era terribilmente assetato. Dopo essersi dissetato e aver riempito la borraccia, si rivolse all'invisibile creatura e la ringrazi di cuore. Poi continu per la sua strada.
In breve tempo il sole e la polvere sollevata dal sentiero gli fecero venire una grande sete: prese la borraccia dalla cintura, la stapp e la port alle labbra. Sembrava piena e pesante, ma non una goccia d'acqua usc dall'imboccatura per bagnare la sua arida bocca. Scoraggiato, butt la borraccia contro una pietra, distruggendola. Subito cadde preda di un grande stupore: la fiasca, rompendosi, aveva rivelato di essere colma di preziosi topazi venati d'oro. Il Rbezahl, dopo tutto, lo aveva udito e aveva ricompensato le sue buone maniere e il rispetto che il taglialegna provava nei suoi confronti.
La benevolenza occasionale dei signori del popolo fatato delle foreste e delle montagne verso gli umani non nascondeva per l'abisso che esisteva fra il mutevole reame dello spirito e il solido mondo abitato dall'umanit. Faerie, con i suoi strani e curiosi abitanti, poteva essere talora irraggiungibile per un mortale, ma era comunque sempre carica di mistero e di insidie. Forse la sua bellezza era il maggior pericolo per gli esseri umani che si trovavano ad attraversare il suo cammino.
Il pericolo consisteva in fatti concreti, se si incontravano creature grossolane come il Rbezahl o gli spiriti legati alla terra: il loro potere, infatti anche se era grande non includeva le arti subdole della seduzione.
In Scandinavia i giovani correvano grandi rischi se si avventuravano da soli sulle montagne, poich potevano incontrare la Huldra, una seducente e magnifica ninfa della foresta, la cui bellezza era offuscata solamente dalla presenza della coda (simile a quella di una mucca) e dal fatto che la sua schiena non esisteva: la creatura, infatti, era vuota.
I giovani che incontravano una Huldra nelle montagne e cadevano preda del suo fascino, prima o poi tornavano nel mondo dei mortali, ma erano mutati sia nel corpo che nello spirito. Talora il mutamento era minimo: una macchia sul volto priva di barba, dove la creatura li aveva baciati. Altre volte, invece, tornavano completamente pazzi. L'effetto, in realt, era il medesimo: il poveretto non veniva pi considerato un normale essere umano, e si trovava a vivere scacciato da quelli della sua stessa specie.
Un pericolo non meno grave veniva corso dai giovani che, nell'Europa centrale, incontravano una Vile dalla chioma dorata. Queste signore fatate della foresta parlavano il linguaggio degli animali, avevano greggi di camosci e cervi al loro servizio, ed erano incredibilmente attraenti. I loro corpi erano esili e flessibili come i tronchi dei giovani abeti, i loro occhi lampeggiavano come un raggio di sole nella foresta, e i loro canti salivano come a formare una gigantesca ragnatela dorata che imprigionava l'intera foresta. Un uomo che vedeva una Vila era condannato all'istante: iniziava infatti a desiderarla con tutte le sue forze, sino a divenire un estraneo ai suoi stessi parenti.
Fra i rappresentanti del popolo fatato pi pericolosi, non  possibile non citare quelli che abitavano nelle sorgenti, negli stagni e nei laghi. I Vodianoy della Russia erano creature umanoidi dai capelli verdi, gonfi come gli uomini annegati, vivevano presso i mulini ad acqua e infettavano gli intrusi con l'idropisia, una malattia che causa la ritenzione dei liquidi e rende il corpo simile a una grande spugna.
Il Nek della Scandinavia, invece, spesso sedeva tranquillo sulla superficie a specchio di un lago o di un fiume, con un rosso berretto sulla testa, mentre suonava un'arpa d'oro. Ogni anno richiedeva un sacrificio umano, e il suo grido Trapassato! echeggiava minaccioso sulle rive dopo che una persona era annegata.
nelle pericolose acque del nord della Scozia viveva il perfido Kelpie, che assumeva talora le sembianze di un bellissimo cavallo grigio che poteva essere visto galoppare lungo le pietrose rive di un lago. Si comportava come un qualsiasi cavallo domestico e non destava alcun sospetto: un osservatore che guardasse da una vicina collina, avrebbe visto un normale cavallo che correva sulla spiaggia, pronto a sottomettersi tranquillamente a chiunque volesse cavalcarlo. Se la bestia entrava nel lago, per, i suoi zoccoli sollevavano grandi spruzzi d'acqua, mentre correva sulla superficie come se fosse un terreno solido, e l'osservatore si precipitava verso casa per avvisare che il temuto cavallo d'acqua era nei paraggi.
Come molti altri spiriti delle acque, anche il Kelpie aveva un suo magico fascino che spesso risultava fatale, e molti furono i bambini che perirono per causa sua. Quando si rivolgeva a un gruppo di bambini che giocavano spensierati presso le rive del lago, i suoi occhi riuscivano ad ammaliarli: i poveretti non riuscivano a distogliere lo sguardo e salivano sulla sua groppa.
A quel punto non avevano pi scampo: i loro arti aderivano magicamente ai fianchi della creatura fatata, che si dirigeva veloce verso il centro del lago. Raggiunta l'acqua
profonda, si inabissava con il suo urlante carico, scomparendo alla vista degli sgomenti e atterriti genitori. Alcuni sostenevano che il Kelpie, giunto sul fondo del lago, liberasse i ragazzi e li divorasse, lasciando che solo i resti del mostruoso pasto giungessero in superficie.
Gli spiriti che abitavano le acque potevano esercitare la loro seduzione in molti modi: uno spirito delle cascate della Norvegia, chiamato Fossegrim, era una meravigliosa creaturina alta non pi di mezzo metro e con i capelli d'oro: cantava in maniera cos incantevole che i bambini si fermavano sulla riva per sentire le sue canzoni, mentre anche gli alberi danzavano come esseri umani.
Altre creature, invece, possedevano la bellezza elusiva e irresistibile dell'acqua corrente, come narra una leggenda tedesca.
Ogni giorno di mercato a Magdeburg, una citt della Germania settentrionale, sorta presso il fiume Elba, era possibile osservare una bellissima fanciulla tra la folla. La sua espressione era dolce e serena al punto tale che risaltava immediatamente fra la gente cupa e indaffarata. Si aggirava tra i banchi del mercato, osservando i sacchi di patate, le gabbie con le galline e i conigli e persino gli artigiani che lavoravano il ferro. I suoi abiti erano sobri come quelli di qualsiasi altra figlia di un mercante, la sua espressione era seria e attenta, ma i suoi capelli brillavano come i raggi del sole sull'acqua e i suoi occhi erano di un verde intenso come le acque profonde di un fiume.
Per questi motivi, e perch quando la folla la schiacciava al suo interno veniva bagnata dall'acqua che gocciolava incessantemente dal suo bianco grembiule, la gente riteneva che si trattasse di una Nix, una ninfa del fiume che era giunta alla ricerca di bellissimi giovani. Le madri tenevano ben sorvegliati i figli e cercavano di evitarla in ogni modo.
Qualcuno, per, non era stato informato. Un pomeriggio, mentre i mercanti smontavano le bancarelle e caricavano i loro averi, un giovane pescatore segu la Nix per le strette strade di Magdeburg sino alla foresta che circondava la citt. I capelli colore dell'oro della ninfa attraevano implacabilmente il giovane, che li utilizzava come guida per attraversare il bosco di abeti, sino a raggiungere le rive del fiume, lontano dalla citt. Qui, la Nix si volt e, fissandolo con uno sguardo seducente, lo esort a raggiungere lei e il suo popolo nell'acqueo reame. Poi inizi a camminare verso l'acqua e scomparve nella tumultuosa e inarrestabile corrente.
Il giovane pescatore, quel giorno, non ebbe il coraggio di entrare nel fiume per seguire la creatura fatata. Purtroppo, al successivo giorno di mercato, il suo desiderio era divenuto cos acuto che rimase sordo ai disperati appelli degli amici e dei parenti, che lo seguirono invano attraverso le vie, dentro nel bosco e, infine, sulla riva del fiume. Il pescatore entr nel fiume, per un istante sembr camminare sulle acque, poi sprofond. A riva, i suoi parenti e amici attesero. Improvvisamente una fontana di sangue nero zampill orrenda contro la luce del tramonto. Un istante pi tardi, tutto torn normale e gli sgomenti spettatori si allontanarono dalla riva, certi che non avrebbero pi rivisto il loro congiunto.
Al disopra degli spiriti che abitavano nei campi, nelle foreste, nelle sorgenti, nei laghi, e nelle cascate, c'era un regno ancor pi misterioso nel suo modo di operare e ben pi capriccioso nel concedere benefici o infliggere dolore e punizioni: il cielo. Il mutare delle stagioni e le spaventose tempeste erano inequivocabili segni della sua opera.
I suoi abitanti non erano in effetti gli unici in grado di controllare il tempo atmosferico: i Leshiye, il Rbezahl e molti altri spiriti delle foreste potevano creare tempeste. In genere, per, si trattava di fenomeni di limitata potenza, ben localizzati e di durata minima, intesi pi a confondere un viandante o un boscaiolo che ad arrecare enormi danni. Gli spiriti che coloravano durante la primavera e l'estate le foglie degli alberi, e in autunno le facevano divenire gialle e cadere con intense folate di vento gelido, che coprivano con il bianco manto di neve le campagne durante l'inverno e che lo facevano sciogliere in primavera, erano tutt'altra cosa.
Erano creature potenti, tanto da essere in grado di portare in breve tempo la vita o la gelida morte su un'intera nazione.
Poco era noto sul carattere specifico di questi spiriti dell'aria, ma il variare delle stagioni mostrava chiaramente il loro effettivo potere. Esiste tuttavia una leggenda 
russa che parla di Padre Gelo, un essere
che abitava nei freddi boschi durante l'inverno e con le sue lunghe dita portava
ovunque il freddo, che ci mostra una piccola parte del potere di queste creature.
Una volta, in una sperduta isba, viveva
una bella e virtuosa fanciulla, in compagnia
delle due crudeli sorellastre e della perfida matrigna. Il padre era ancora in vita, ma
era un individuo privo di carattere: amava
la figlia, ma non era in grado di imporsi alla volont della nuova moglie. La matrigna
esercitava un tale potere sul vecchio che, in un freddo inverno volendosi liberare
della figliastra, gli ordin di portarla nellaforesta e di darla in moglie a Padre Gelo. 
La giovane era eccitata: le era stato detto che partiva per maritarsi, ma la matrigna le aveva taciuto la vera identit dello sposo. Prepar velocemente i pochi averi
che costituivano il suo corredo, si vest con
l'abito pi bello e caric tutto sulla slitta.
Quando per vide l'espressione affranta e impotente del vecchio padre, cominci a
sospettare che qualcosa non stava andando per il verso giusto. Quando poi raggiunsero il cuore della foresta gelata comprese con orrore che il futuro sposo non sarebbe
stato un mortale.
Il padre la port sotto un alto pino,
l'aiut a scendere dalla slitta e, quando le parl, la sua voce sembr il lamento
 del vento.
 Siedi e aspetta lo sposo. Cerca di riceverlo nella maniera pi appropriata.
 Cos la fanciulla venne lasciata sola, mentre il freddo la tormentava. Non 
 poteva scappare in alcun modo, la foresta
 era troppo vasta, e in breve la giovane
sposa si trov a tremare e a battere furiosamente i denti. Pass il tempo e, dalla cima
di un albero, giunse un suono inquietante:
Padre Gelo stava arrivando. Saltellava agilmente da un pino all'altro, mentre le lunghe dita afferravano delicatamente i rami
che gelavano all'istante. In un attimo si ferm sull'albero sotto cui sedeva la ragazza.
Hai caldo, fanciulla? inizi scherzando.
S, ho caldo, molto caldo, caro Padre Gelo rispose. La creatura, dopo tutto, era un potente elfo e doveva essere trattata con rispetto. Rabbrividendo, strinse con forza le braccia al petto.
Implacabile, Padre Gelo scese lungo il tronco e si avvicin un poco. Il suo alito era ghiaccio puro. La ragazza non riusciva quasi a parlare quando le rivolse nuovamente la domanda, ma riusc a sussurrare: Ho caldo, caro Padre Gelo. Certo, caro padre, ho caldo.
Poi l'elfo la tocc. La giovane poteva sentire chiaramente il tocco delle sue gelide dita che percorrevano il corpo ormai quasi assiderato, raggiungendole la gola e puntando al cuore. Sent che la vita la stava ormai abbandonando, e la creatura le domand per la terza volta: Hai caldo, mia cara?.
Con un sussurro quasi impercettibile, la ragazza annu per la terza volta.
Un simile coraggio ebbe il potere di far sciogliere persino un cuore gelido come quello dell'elfo che, invece di sferrare il tocco fatale, improvvisamente diede alla fanciulla una sensazione di benefico tepore. La avvolse silenziosamente nel suo manto di pelliccia e la cull fino a quando chiuse gli occhi, sprofondando in un sonno ristoratore. Pass la notte e, quando il padre giunse per piangere sulla salma gelida, trov invece la fanciulla che dormiva beata sotto un manto di folta pelliccia. Al suo fianco si trovavano un bianco e preziosissimo velo nuziale e un canestro pieno di ogni ben di Dio.
non credeva ai suoi occhi, ma la figlia si alz, riposata, e senza dire una parola prese con s il canestro e il velo e torn sulla slitta. Il vecchio caric il canestro e torn con lei a casa.
La matrigna fu dapprima furiosa, ma dopo aver esaminato i doni inizi a riflettere in silenzio. Se Padre Gelo  stato cos generoso con questa poveretta pens, cosa non potrebbe donare alle mie due meravigliose figlie?. Cos, il giorno successivo, le caric sulla slitta e ordin al padre di portarle nella foresta.
Durante il viaggio sulla slitta le due continuarono a chiacchierare su chi sarebbe stata la favorita dell'immortale sposo ma, quando vennero lasciate sotto il pino e il freddo inizi a tormentarle, cominciarono a lamentarsi.
Giunse Padre Gelo e le trov che compiangevano la loro sorte.
Avete caldo, fanciulle? domand. Avete caldo, mie care?.
Le due sorellastre, per, erano ben note per la loro mancanza di cortesia, e risposero sgarbatamente: Vattene! non sentiamo pi le mani e i piedi per il tuo freddo.
Padre Gelo si avvicin ancor di pi, e quando pose nuovamente la domanda cristalli di ghiaccio volarono nell'aria. Le due, per, erano terrorizzate dal freddo e gridarono Lasciaci stare! Vattene, maledetto portatore di freddo!.
Padre Gelo perse la pazienza. Quando la mattina successiva il vecchio torn a prenderle, trov che le due sorellastre erano morte e congelate come due stoccafissi.
Generalmente, per, gli spiriti che abitavano l'aria non apparivano agli occhi dei mortali, oppure avevano un aspetto spaventoso. Una delle creature pi tremende, da questo punto di vista, era la Strega Azzurra, conosciuta in gaelico con il nome di Cailleac Bheur (Vecchia Donna), che portava l'inverno nelle Highlands scozzesi. Nei tempi pi antichi, quando il mondo dei mortali e quello delle creature fatate non erano cos separati, poteva essere vista facilmente mentre camminava sul vento che soffiava fra le colline.
Il suo volto, narravano le leggende, era azzurro per il freddo, i suoi capelli erano bianchi come il ghiaccio che avvolge un albero e lo scialle logoro che portava sulle magre spalle era grigio come le stoppie nei campi a dicembre.
Tutti gli anni, dopo Ognissanti, camminava per le brughiere e sulle colline: batteva la terra con il suo bastone, facendo morire l'erba e indurendo il suolo con il ghiaccio.
Durante il lungo inverno, per mostrare la sua momentanea vittoria sulle forze della vita, scatenava bufere e tempeste di ogni genere. In primavera, per il suo potere svaniva come la nebbia al sole. Giorno dopo giorno diveniva sempre meno forte, mentre la vegetazione ricominciava a vivere e l'erba cresceva; al Calendimaggio, infine, si arrendeva e si allontanava sino al successivo autunno.
Con un ultimo moto di stizza, tuttavia, picchiava il suo bastone contro un albero di agrifoglio, poich si riteneva che in questo giorno l'erba non potesse crescere, e la pianta veniva mutata in grigia pietra sino al giungere dell'estate.
Con il passare del tempo, quando i villaggi iniziarono a sorgere anche nelle zone selvagge, divenne pi difficile incontrare la Cailleac. Quando poi i mortali iniziarono a delimitare i propri campi, a recintarli, a proteggerli e a tralasciare la natura selvaggia e il cielo per dedicarsi alle pesanti attivit di tutti i giorni, allora la Cailleac scomparve e venne vista solo attraverso i suoi effetti sulla natura.
Era indizio sicuro del suo passaggio un terreno che gelava in una notte, oppure un'improvvisa nevicata. Il suo potere, in ogni caso, non era certo diminuito.
Pass il tempo, i villaggi divennero citt, i sentieri fangosi nelle foreste vennero lastricati e la civilt giunse ovunque, ma il cielo rimase sempre un regno selvaggio e incontrollato, mentre le stagioni continuarono a seguire indisturbate il loro corso. In effetti sembrava che Cailleac e i suoi simili continuassero incessanti la loro opera, incuranti degli esseri umani, ma tuttavia si trovarono evidenti indizi di un loro lento e inesorabile declino.
Con il ridursi delle foreste e l'aumento delle citt e dei campi coltivati, i Leshiye, il Rbezahl e gli altri spiriti della natura si sono lentamente ritirati dal clamore provocato dagli uomini. Ora vivono solamente nelle aree pi remote, e nessuno riesce pi a individuarli, se non come fugaci ed evanescenti apparizioni.
Ancora oggi, per, pu capitare che, in una remota foresta, uno sperduto viaggiatore si avvicini a una fonte zampillante e percepisca chiaramente la presenza di qualcosa che non ha nulla a che vedere con il nostro mondo, e che tuttavia una volta ne faceva parte.

Il cantore del vento
Su una remota isola, fra la brezza del mare e le dolci melodie, viveva Ariel, una Silfide che pu essere considerata l'incarnazione dell'aria. Dormiva fra i petali delle campanule, cavalcava allegramente sulle spalle di un pipistrello nero e, dalle nuvole, guardava gli esseri umani affaccendati nel lavoro quotidiano.
 Con il suo canto (anche le sue parole erano una dolce canzone) incantava gli esseri umani e, talora, riusciva persino a farli impazzire. Conosceva l'arte di dominare e dirigere i venti e come evocare la pioggia o i pi terribili fulmini infuocati. Questo spirito, per, non poteva vivere in un'aria che non fosse libera dalla presenza degli esseri umani, per cui da tempo  scomparso, tornando a fare parte di quell'etereo elemento da cui, tanto tempo fa, si era materializzato.

Il rumoroso inglese seminatore di zizzania.
Io sono il simpatico viandante della notte! urlava l'elfo Robin Goodfellow, conosciuto dai contadini anche con il nome di Puck. Era un vero e proprio giullare fra gli abitanti di Faerie, un individuo che attirava gli esseri umani nelle paludi, allungava le mani sulle virtuose ragazze e seminava discordia ovunque, spargendo pettegolezzi di ogni genere. Si narra che gli esseri umani, stregati dalla sua magica siringa, danzavano come fanno gli orsi ammaestrati nel circo, e che questa creatura gioiva nel creare ogni sorta di confusione nel mondo degli esseri umani, divertendosi poi della follia che ne derivava.

Il paradiso per una schiera di folletti.
Quando una potente aura magica pervadeva ancora le foreste dell'Europa, si narra che nessun albero fosse pi riverito della gigantesca quercia nota con il nome di Monarca della Foresta, nello stormire delle sue maestose foglie era possibile percepire la voce di un'Anadriade, la vera anima dell'albero, il cui volto talora appariva fra i disegni del nodoso tronco, deformato come se venisse osservato attraverso un vetro spesso e sporco. Molti altri spiriti, provenienti da lontani luoghi, erano soliti dimorare fra le sue frasche, sui rami o fra le radici.
 I pi facili da osservare erano gli elfi silvani, piccoli omini e meravigliose donnine che talora danzavano felici attorno ai rami, al suono della musica creata dalle rane e dai grilli, durante gli assolati giorni dell'estate.
 
Molto pi difficili da osservare erano le Fanciulle del Muschio della Germania, benevole fate, esperte nella conoscenza delle propriet medicinali delle piante. Queste erano solite camuffare le loro piccole e pelose facce in maniera tale da assomigliare al muschio che affiora fra le vecchie radici degli alberi.
 All'interno delle radici degli alberi in Germania si trovavano anche i piccoli Coboldi, spiritelli maligni che facevano ammalare gli sventurati viandanti che non offrivano loro doni e cibo. In Italia, invece, le cavit delle querce erano abitate dai Salvanelli, piccoli spiritelli giocosi: la loro attivit principale consisteva nel rubare il latte alle mucche dei contadini e nel cavalcare il bestiame sino a quando non cadeva a terra esausto.
 In Svezia, i grandi Gufi Cornuti che volavano nelle foreste al tramonto e abitavano fra i grandi rami delle querce erano ritenuti pericolosi mutaforma, una razza di elfi chiamata Skogsra. Si narra che in Inghilterra i fiori selvaggi, come la campanula, il timo selvatico, la digitale o il campanaccio, se crescevano presso le radici di una vecchia quercia fossero abitati da una Pillywiggin, una piccola fata in grado di vivere solamente dove le api riuscivano a volare.
 
Il freddo abbraccio di una sorgente silvana.
Quale mortale avrebbe potuto guardare impunemente negli occhi una ninfa? Si narra che un antico greco, non ci riusc: si chiamava Hylas ed era un avventuriero e un viaggiatore, che aveva a lungo navigato sul Mare Egeo. Un giorno giunse a una spiaggia dell'isola di Chio e, abbandonati I suoi compagni, si avventur nella vicina foresta alla ricerca d'acqua dolce. Dopo aver camminato a lungo, raggiunse una sorgente dove dimoravano alcune bellissime ninfe: stavano giocando fra le fiorite ninfee, ma si interruppero non appena videro il bellissimo mortale che si avvicinava, si chinava e immergeva la sua borraccia nell'acqua. Una delle fatate fanciulle lo fiss con occhi cos ardenti che Hylas si ferm, incapace di muoversi o di guardare altrove. Lentamente la ninfa sollev le sue mani, soffici, meravigliose eppur mortalmente fredde. Prima di poter profferire parola, il giovane venne afferrato e trascinato nelle buie profondit della sorgente.
 Nessuno lo rivide pi vivo. I suoi compagni setacciarono per giorni l'isola alla sua ricerca, gridando il suo nome in ogni grotta o cespuglio. Alla fine giunsero alla sorgente, e qui trovarono la soluzione del mistero: intravidero a grande profondit una forma simile al loro amico, che gesticolava verso di loro, incapace di lasciare l'acqua, che ormai lo aveva conquistato per sempre.
 
La regina del reame di ghiaccio.
Incantevole come un cristallo di ghiaccio, la Regina della neve era molto amata dai bambini danesi, anche se i suoi doni potevano essere assai pericolosi, come narra un'antica e conosciuta leggenda.
 Una volta, tanto tempo fa, una citt del nord era stretta nella morsa del gelo, e un ragazzino osservava dalla sua stanza i fiocchi di neve che turbinavano fuori dalla finestra. La sua attenzione fu attratta da un grosso fiocco che si incoll, come per magia, sul suo vetro: cominci a trasformarsi, sino a raggiungere le sembianze di un'alta donna che cavalcava il vento invernale. Sorrise con affetto al ragazzo, attraverso il vetro, poi scomparve. Ammaliato dalla visione ricevuta, il bimbo corse gi dalle scale sino in strada, dove incontr la donna e cap che si trattava della Regina della neve. Lo attendeva su una bianchissima slitta trainata da cavalli candidi come la neve. Gli tese la mano e lo aiut a salire sulla slitta e ad accomodarsi fra le nevose pellicce che la coprivano. A un suo cenno, la slitta si mosse, e i cavalli la trascinarono velocemente per le strade e poi su nel cielo.
 Volarono sopra le siepi e i tetti, con la neve che frustava i loro volti. Usciti dalla citt, la donna si avvicin al ragazzo e lo baci sulla fronte con le sue labbra di ghiaccio. Questi sent un intenso freddo che gli raggiungeva il cuore, ma la creatura fatata si limit a sorridergli affettuosamente e a incitare i cavalli perch accelerassero l'andatura. Alla fine i cavalli trainarono la slitta sino al palazzo della Regina, su un gelido e isolato altopiano della Lapponia.
 Il ragazzo avrebbe potuto rimanere per sempre nel magico castello in compagnia della regina della neve. In Danimarca, per, c'era una persona che lo amava: era una fanciulla che lo cerc per tutto il mondo sinch riusc a trovarlo. Affront innumerevoli pericoli, ma queste sue avventure non riguardano questa storia.  invece importante sapere che, grazie al suo amore, riusc a convincere il ragazzo a tornare nel mondo degli uomini.
 La Regina della neve rimase quindi sola nel suo gelido palazzo, dove pianse lacrime di ghiaccio, in attesa di poter irretire un altro giovane.

La Dolce Abtante del Mirto.

Ai tempi in cui il popolo fatato abitava fra i rami degli alberi, il mirto cresceva rigoglioso nel bacino del Mediterraneo e ospitava un'amabile variet di fate. Alcuni ritengono che questa sua peculiarit fosse dovuta al fatto che, una volta, la pianta era sacra a Venere, la dea dell'amore, che secondo un antichissimo scrittore poteva essere vista seduta all'ombra dei mirti. La storia di una di queste fate viene ancora raccontata in alcune regioni d'Italia.
Tanto tempo fa, c'era un principe che si deliziava della vista e del profumo emanato dalle foglie di un bellissimo mirto, al punto che lo aveva fatto piantare in un grosso vaso e portare sul balcone della sua camera da letto. Quella stessa notte, il nobile ud un lieve rumore di passi nel buio, seguito dal dolce tocco di una carezza, soffice come una piuma; poi una creatura fragrante e profumata si infil sotto le sue lenzuola, lo abbracci e rimase a cullarlo teneramente sino all'alba. Lo strano e piacevole avvenimento si ripet per le sei notti successive.
Al giungere dell'alba, la creatura scompariva misteriosamente, e il principe non riusciva mai a vederla. Alla fine, incapace di resistere alla sua curiosit, mentre si avvicinava l'alba si leg al polso una treccia della creatura e chiam a gran voce il
ciambellano. La luce delle candele portate dal servitore rivel la bellissima prigioniera: era una fata
del mirto, dorata come la luce delle candele e
rosea come i fiori che adornano questo albero. La
creatura amava il principe, e quindi le sue foglie e i
rami si erano magicamente trasformati in carne e
sangue, rendendola umana. 
Il principe rimase incantato dalla grazia e dalla bellezza della fanciulla fatata, e nei giorni felici che seguirono alla scoperta la coppia non usc mai dalla stanza. Ogni giorno l'amore del principe cresceva a dismisura, sino a quando non seppe pi resistere e decise di sposarla, facendola diventare di fatto la sua principessa.
Accadde per che il principe venisse chiamato per cacciare un selvaggio cinghiale che stava devastando la campagna circostante. Doveva abbandonare la fanciulla fatata, ma fece il possibile per proteggerla. In effetti era un giovane molto prestante e dal sangue caldo, e i suoi palazzi erano pieni di nobili damigelle che, un tempo, avevano goduto dei suoi favori ed erano adesso pronte a vendicarsi della nuova fortunata. . 
Chiese quindi alla fanciulla fatata di tornare temporaneamente al suo albero e attendere il suo ritorno. Lei acconsent senza problemi, perch era una creatura di carattere dolce e remissivo. Tuttavia, chiese al principe di legare una campanella d'oro a
uno dei rami, in modo tale che, al ritorno, potesse chiamarla. Sarebbe stato sufficiente tirare il nastro di seta che legava la campanella per avere la fanciulla nuovamente fra le sue braccia.
In un attimo, poi, scomparve nell'albero, senza lasciare traccia, se non qualche dolce ondeggiare delle foglie. Il principe leg la campanella, chiam il ciambellano e gli ordin di curare con ogni possibile attenzione l'albero.
Passarono i giorni. Mentre il principe era impegnato nella caccia al cinghiale, la stanza dei due innamorati era vuota e silenziosa, tranne per il vento che talora soffiava dalla finestra scompigliando le lenzuola e facendo tremare le foglie del mirto, che si trovava al sicuro sul balcone. Ogni pomeriggio il ciambellano innaffiava l'albero, mentre la fata riposava indisturbata. 
Un mattino tuttavia, la porta si apr ed entrarono furtivamente sette donne che parlavano sottovoce fra loro: erano le precedenti favorite del principe, giunte per affrontare la nuova rivale, che nessuno aveva mai visto. Cercarono con cura per tutta la stanza, ma non riuscirono a trovare nulla. Alla fine, andarono sul balcone per riflettere e tramare nuove oscure strategie.
Mentre discorrevano, iniziarono a staccare le lucenti foglie dell'albero sino a quando, per caso, una sciolse il nastro di seta che legava la campanella
Subito l'albero trem e apparve la giovane fanciulla fatata che sorrideva. Le sette donne, colte da un improvviso impeto di gelosia, si lanciarono sulla poveretta. I coltelli balenarono alla luce del sole e il sangue corse: in pochi istanti della fanciulla fatata non rimasero che qualche frammento d'ossa, un mucchietto di foglie calpestate e pezzetti di corteccia.
Solamente la pi giovane delle sette donne non partecip al massacro e non tocc altro che una ciocca dei dorati capelli della giovane fata. Le donne infine, si allontanarono silenziosamente, sino a raggiungere i loro appartamenti. Nessuno nel palazzo, si era accorto di quanto era accaduto.
Nel pomeriggio, giunse come sempre il ciambellano per curare la pianta. Come raggiunse la camera si ferm di scatto, impressionato dagli evidenti segni dello scempio compiuto. Infine^sj riscosse: con mani tremanti radun le ossa, le foglie e la corteccia, poi rimise tutto nel vaso e si allontan preoccupato, poich temeva la furia vendicatrice del giovane principe che lo avrebbe certamente ritenuto responsabile di quanto era successo. Il giorno dopo il nobile torn al palazzo, stanco di avventure e desideroso di riunirsi alla fatata fanciulla. Cosa lo attendeva? Sul balcone, nel vaso si trovavano solamente qualche ossa, qualche foglia, alcuni fiori e i rari pezzi di corteccia sopravvissuti al massacro. Chiam, ma nessuna voce rispose. Il suo cuore divenne improvvisamente freddo come il ghiaccio, mentre le lacrime iniziavano a scorrere copiose sulle guance.
Per settimane rimase nella sua camera, chiuso nel suo terribile dolore. Mentre si disperava, qualcosa di strano stava per accadendo nel vaso sul balcone. Le sue calde lacrime avevano bagnato ci che rimaneva dell'albero che, riscaldato dal sole, ora iniziava a crescere nuovamente. Inizialmente spuntarono tenere foglioline verde chiaro, seguite dai rami, che si fecero rapidamente pi robusti. Un mattino infine, il mirto inizi a fiorire, e comparve nuovamente la fata, splendente come il sole.
Quando lo stupore iniziale si esaur e il principe termin di baciare teneramente la fanciulla, questa raccont cosa le era successo. In attesa di decidere l'appropriata punizione per le colpevoli, i due decisero di sposarsi al pi presto. Infine, il migliore sistema per vendicarsi fu trovato, ed ecco quello che avvenne.
Il matrimonio venne celebrato all'interno del palazzo con un meraviglioso banchetto, e tutta la corte venne invitata. Al termine della festa, il principe pose una domanda all'apparenza innocua: quale punizione sarebbe stata adatta per l'uomo o la donna che avrebbe ferito o ucciso la sua principessa? Un nobile propose la forca, un altro la ruota, un terzo la decapitazione.
Quando venne il turno delle sette donne, decisero unanimemente che la punizione adatta sarebbe stata la reclusione in una buia segreta sino alla
morte per stenti.
E allora sia come avete deciso! esclam infine con decisione il principe. Ordin quindi che fossero rinchiuse sino alla morte. Venne risparmiata solamente la pi giovane, poich aveva solo toccato la ciocca di capelli della fata.

Capitolo Tre

Incursioni fatate e portali Rapiti. 

una donna mortale venne rapita alla sua gente e costretta a vivere nel palazzo sotterraneo di un sovrano degli elfi. Ecco cosa accadde.
La donna, di nome Ethna, era considerata il fiore dell'Irlanda. Bellissima, con i capelli color dell'oro rosso, era la moglie di uno dei nobili del Connacht. L'amore che questi provava per la sposa era tale che i festeggiamenti per il matrimonio durarono alcune settimane.
Ethna danz tutte le notti sino a quando, una sera a mezzanotte, improvvisamente la sua mano abbandon quella del marito e la donna cadde priva di sensi sul pavimento di pietra. La musica delle arpe tacque immediatamente e tutti si allontanarono un poco per permettere al nobile di inginocchiarsi e aiutarla. La chiam per nome, ma Ethna non rispose. Venne portata nella sua camera, e per tutta la notte lo sposo rimase al suo fianco.
Quando i primi raggi del sole sfiorarono il corpo di Ethna, questa apr appena gli occhi e parl: il suo
sposo fece fatica a capirla. Con una voce priva di qualsiasi emozione, la donna gli rivel che aveva sognato il misterioso palazzo di un potente re.
La luce del sole non entrava mai in quel luogo, afferm, ma le sale erano illuminate da una strana luce, che sembrava uscire dai muri, e la musica che veniva costantemente suonata nell'edificio era in grado di ammaliare qualsiasi essere umano. Ora Ethna voleva solamente riaddormentarsi per sognare ancora quel palazzo.
Ricadde in un sonno profondo e, per tutto il giorno, sembr una pallida statua intagliata su una tomba, nessuno riusc a destarla. Quando la sera inizi a cedere il posto alla notte, la sua vecchia nutrice venne inviata nelle sue stanze per sorvegliare la principessa mentre lo sposo si riposava. La vecchia chin il capo, si addorment e si svegli tremante in piena notte. La stanza era molto fredda e silenziosa. Dopo un istante, le grida della nutrice echeggiarono per tutto il palazzo: alla pallida luce della luna, il letto di Ethna appariva bianco e vuoto. Solo le coperte e le lenzuola smosse testimoniavano che la giovane donna vi era stata veramente sdraiata per lungo tempo.
All'alba il giovane sposo usc a cavallo dal castello, seguito da un gruppo di fedelissimi, per raggiungere una collina chiamata Knockma. Uno degli erbosi pendii, infatti, nascondeva l'ingresso alla fortezza di Finvarra, re dei Tuatha D Danaan del Connacht e buon amico e consigliere del giovane nobile: se esisteva qualcuno in grado di trovare la sposa rapita, era il sovrano degli elfi.
Non appena i cavalieri uscirono dal bosco circostante e si avvicinarono alla collina, un fastidioso brusio inizi a permeare l'aria circostante, come se uno stormo di grilli avesse infestato il prato. I cavalieri si fermarono e ascoltarono, sino a quando una sola voce emerse e divenne comprensibile. Il nobile inizi a comprendere le parole e il suo volto si fece duro e terribile: la voce incantata rivelava infatti che Finvarra aveva tradito la sua amicizia. Ora il sovrano fatato era felice con la nuova moglie, il fiore dell'Irlanda, che aveva sedotto e allontanato dalla sua gente per portarla nella sua fortezza inespugnabile.
Il nobile impart alcuni veloci ordini: i messaggeri salirono a cavallo e corsero a eseguirli immediatamente. In breve, giunse una lunga colonna di contadini armati di falci e vanghe per aiutare il loro signore nella sua impresa: scavare sino a raggiungere il reame del Re degli elfi e liberare la giovane prigioniera. Lavorarono tutto il giorno agli ordini del nobile e, a sera inoltrata, si fermarono soddisfatti.
La mattina successiva, per, li attendeva una cocente delusione: il pozzo che avevano scavato era stato riempito e il manto erboso era ricresciuto sulla collina, proprio come se non fosse accaduto nulla.
Silenzioso e molto efficiente, Finvarra aveva utilizzato i suoi incredibili poteri per vanificare il lavoro degli uomini. Per tre giorni i contadini scavarono e ripulirono la zona, e per tre notti Finvarra vanific la loro opera. Il nobile inizi a infuriarsi, mentre i suoi sottoposti iniziavano a confabulare fra loro sconsolati.
Poi, improvvisamente, una debole voce scatur dal nulla: era cos flebile che solamente il giovane sposo riusc a percepirla. Solo gettando sale sugli scavi sar possibile salvare i lavori compiuti dai mortali sussurr, simile a un soffio di vento.
Il sale era noto per il potere che aveva sul popolo fatato, e il nobile invi messaggeri in ogni angolo del Connacht per acquistare sale, a qualsiasi prezzo. A quei tempi, infatti, il sale era considerato una merce molto preziosa.
Scavarono per un altro giorno e quando giunse la notte gettarono il bianco minerale sugli scavi. Questo gesto diede i suoi frutti: la mattina successiva il lavoro non era stato toccato. Ovunque fosse stato steso il bianco strato dei cristalli di sale, il popolo fatato non aveva operato le sue magie.
Con il morale alle stelle, i contadini raddoppiarono i loro sforzi e, al calar della sera, riuscirono a scavare una profonda trincea sin nel cuore della collina. Chi stava scavando riusciva a sentire movimenti e flebili voci oltre il muro di terra: non erano pi, allegre, ma tristi e terrorizzate. Se la luce del sole avesse lambito le mura fatate del palazzo, dicevano, tutto sarebbe crollato. Alla fine, una sola voce rimase nell'aria e parl al giovane nobile.
Interrompi ora il tuo lavoro, mortale. Abbandona la tua opera e, domattina all'alba, la sposa torner fra le tue braccia.
Cos parl il Re degli elfi. Gli uomini smisero di scavare e all'alba il giovane attese da solo sulla cima della collina, con lo
sguardo rivolto alla foresta. Sent un passo gentile, si volse, e si trov davanti alla sua Ethna, bella come non mai. Era vestita come il giorno in cui era stata rapita, ma il braccialetto di cuoio attorno al suo polso, intarsiato e ritorto con una tecnica meravigliosamente non umana, era nuovo.
Il nobile, per, non pot gioire: lo spirito di Ethna era distante, quasi irraggiungibile. Pass il tempo, le settimane divennero mesi e il candido manto della neve copr la terra. Ethna sedeva muta nella sua camera, oppure si muoveva con la leggerezza di uno spettro nei corridoi del palazzo. Sembrava muta e sorda a ogni parola che le venisse detta dall'uomo che l'aveva corteggiata e sposata. I nobili a corte iniziarono a sussurrare strane frasi fra loro, affermando tristemente che la giovane sposa aveva mangiato del cibo fatato e, quindi, aveva perduto la sua anima. Il giovane nobile la protesse e la tenne lontana dagli sguardi indiscreti.
Un anno dopo il salvataggio della donna, il giovane stava cavalcando da solo, quando ud ancora una volta le voci fatate. Lentamente, i suoni flautati si trasformarono, sino a divenire una conversazione appena comprensibile. Una voce affermava che lo spirito della sposa abitava ancora con il popolo fatato, mentre un'altra sosteneva che era il magico braccialetto a tenerla cos legata ai Tuatha D Danaan. Se lo sposo avesse tolto il braccialetto dal polso alla donna, lo avesse bruciato, avesse preso la spilla che lo chiudeva e l'avesse sepolta, la donna mortale avrebbe recuperato il suo spirito.
Il nobile corse nella camera di Ethna, si inginocchi al suo fianco, e inizi a cercare
di toglierle il braccialetto. Era stato intrecciato in maniera assai complessa e non fu un'impresa facile, ma alla fine riusc a sciogliere i nodi che lo trattenevano e a recuperare la spilla ingioiellata. Mentre la donna osservava trasognata, bruci il braccialetto e gett via le ceneri. Poi prese la spilla.
Scav un buco, depose la spilla sul fondo e, come ebbe gettato la prima palata di terra, sent un grido di gioia e un passo concitato giungere dal castello. Cap che la maledizione era stata rimossa. Torn nelle stanze per vedere Ethna, allegra e felice come era stata una volta, mentre raccontava del sogno che aveva avuto. Sembrava che non avesse trascorso pi di una notte con il popolo fatato. Lo sposo sorrise e non disse nulla. Chiam invece i servitori e si fece portare cibo e vino. Tutto torn come prima, come se l'anno appena trascorso non fosse mai esistito.

Una grande seduttrice.
Fra le creature del reame incantato era particolarmente nota Morgana la fata. Molte storie narrano delle sue imprese, ma la pi accreditata rivela che Morgana governava Avalon, l'isola delle mele incantate, e alcune leggende sostengono che abbia preso con s re Art, quando venne sconfitto e mortalmente ferito nella sua ultima battaglia. Anche un altro valoroso cavaliere, narrano le leggende, and a vivere con lei nell'isola fatata.
 Un bambino era nato alla regina di Danimarca. Sei fate erano state invitate al suo battesimo, e Morgana era con loro. Ciascuna fece un dono al bimbo. La prima lo rese coraggioso; la seconda gli don l'occasione per mostrare il suo valore al mondo; la terza gli fece dono dell'invincibilit, la quarta lo rese piacevole e simpatico, mentre la quinta gli confer un'indole amabile. Morgana si innamor del bambino e gli don se stessa. Disse che, quando fosse giunto il tempo, l'avrebbe portato sulla sua isola e avrebbe vissuto con lui.
 Il giovane crebbe e divenne uno dei cavalieri di Francia. A causa della sua origine, era conosciuto come Ogier il Danese. Visse a lungo e divenne famoso in tutto il mondo per le eroiche avventure che comp.
 Quando Ogier divenne vecchio, Morgana non attese oltre: fece naufragare vicino ad Avalon la nave su cui il cavaliere stava viaggiando. Questi raggiunse l'isola, dove trov un bellissimo frutteto. Fra gli alberi stava Morgana, bella come l'aurora, che infil un anello al dito del cavaliere, facendolo tornare immediatamente giovane. I lineamenti si addolcirono e gli anziani occhi tornarono a risplendere della luce della giovent. Poi la fata gli pose una corona sul capo.
 Fu cos che Ogier il Danese divenne un prigioniero volontario dell'amore del popolo fatato. La leggenda narra che visse ad Avalon per secoli.
 
Rude giustizia per un ladro.
Quando la gente delle regioni occidentali della Gran Bretagna parla degli incontri fra I mortali e il popolo fatato, non tralascia mai di narrare la triste avventura accaduta a un vecchio avido e gretto, che amava il denaro pi di quanto un ubriacone non ami il suo vino o un libertino le donne.
 Come tutti gli altri abitanti della cittadina di St. Just, in Cornovaglia, anche questo miserabile sapeva che il popolo fatato della regione possedeva ricchezze oltre ogni immaginazione, e che queste potevano essere ammirate durante le feste che gli abitanti di Faerie facevano alla luce della luna piena. Si riteneva che salire sulla collina dove avvenivano queste feste poteva costare la vita a un essere umano, ma il miserabile era solito dire non si pu vedere nulla da lontano. Cosi, la successiva notte di luna piena lasci il villaggio, a piedi e da solo, e si avvicin furtivamente alla collina fatata.
La notte era cos chiara che il vecchio pot ammirare ogni singola foglia dei cespugli circostanti. ??? appena cominci a osservare, la collina inizi a tremare: si apr un varco in un suo fianco e ne usc una banda di minuscoli musicisti, che marciavano suonando tamburi e cornamuse. Dietro a questi apparve la splendente processione dei nobili, mentre i servi correvano ad apparecchiare le tavole con stoviglie d'oro massiccio. La paura e l'avarizia combatterono per breve tempo, poi la seconda ebbe il sopravvento sulla prima.
 Camminando carponi, il vecchio raggiunse una tavola e cerc di rubare l'oro. ??? aveva per visto le guardie, minuscole creature chiamate Spriggan, che giravano attorno alle sue ginocchia. In breve legarono con sottilissime funi le sue gambe e strinsero solo quando il miserabile non si alz, dopo aver riempito d'oro rubato il cappello; poi, con un colpo secco, tirarono le funi e lo fecero cadere supino sull'erba. Subito gli furono addosso, e lo immoblizzarono con altre funi. La luna non  abbastanza d'oro per attirare le tue brame? scherz una vocina. Era uno Spriggan che danzava sul suo naso. Per tutta la notte il vecchio rimase legato a terra, beffeggiato dalle fate e punto da centinaia di spine e lance minuscole.
 All'alba, infine, il popolo fatato si allontan fra le foglie e lasci libero dai suoi sovrannaturali legami il vecchio avido. Questi torn a casa e non raccont nulla ai suoi vicini. Il suo segreto, per, non dur a lungo. Qualcuno seppe cosa era accaduto (forse furono gli stessi Spriggan a diffondere la notizia per punirlo ulteriormente), e la storia divenne in breve di pubblico dominio.

In quei tempi remoti, la vita dei contadini e dei nobili era scandita da precisi rituali e governata da rigidi usi e costumi, ma il mondo che li circondava era molto meno definito, preciso e sicuro del nostro. L'anno, per esempio, era scandito solamente dall'alternarsi delle stagioni, dalle diverse preghiere quotidiane e dalle feste comandate che la Chiesa aveva stabilito. Fu appunto la precisa definizione del tempo che inizi a rafforzare il potere della ragione umana.
Prima di allora, l'anno non era necessariamente composto di 365 giorni e, presso alcuni popoli, iniziava con la Pasqua, una solennit da sempre priva di una data fissa.  infatti noto che la Pasqua cade ogni anno in una domenica compresa fra il 22 marzo e il 22 aprile, e la data precisa  determinata dalla luna piena e dall'equinozio di primavera.
Presso queste popolazioni, un anno poteva avere undici, dodici o persino tredici mesi. Altri, invece, facevano iniziare l'anno al primo di marzo, seguendo il sistema creato dagli antichi romani, oppure al 25 marzo, per la festa dell'Annunciazione, oppure al 25 dicembre, in occasione del Natale.
Alla stessa maniera, anche le ore del giorno erano molto flessibili e per nulla precise. Da un punto di vista teorico, il giorno era suddiviso in dodici ore, e cos pure la notte. Le ore notturne, poi, erano raggruppate in tre quarti, ciascuno dei quali
comprendeva, per l'appunto, quattro ore. all'alba iniziava l'Ora Prima(Prime per i popoli anglosassoni); le successive scadenze importanti erano l'Ora Terza (Tiercie o Terce), l'Ora Sesta (Sixte), l'Ora Nona {(Nones) :, infine, il Vespro (dalla parola latina che indica la sera), che era anche la prima ora della notte. La Chiesa cre e ratific questa divisione del giorno, e le campane ebbero il compito di scandire il tempo perch tutti potessero sapere in quale parte della giornata ci si trovasse.
Poich nei tempi antichi il giorno e la notte erano determinati dalla presenza o dall'assenza di luce, la lunghezza di un'ora mutava a seconda dei diversi giorni; solamente durante gli equinozi d'autunno e di primavera il giorno e la notte avevano la medesima durata. Alle latitudini dei paesi anglosassoni, per esempio, durante il solstizio d'inverno il giorno durava all'incirca sei ore, ma era suddiviso comunque in dodici ore, ciascuna della durata di circa trenta minuti.
Con il passare dei secoli, cambi anche la definizione delle ore. I monaci, per esempio, erano soliti consumare il loro pranzo all'Ora Nona, che durante l'estate corrispondeva alle tre pomeridiane dei nostri giorni. Il loro appetito, per, li port lentamente a fare arretrare l'Ora Nona sino al mezzogiorno, e per questo motivo ancora oggi viene chiamato noon nei paesi di lingua anglosassone.
Partendo da questi presupposti di incertezza e imprevedibilit, non  difficile comprendere come il mutevole e incontrollabile potere del popolo fatato di Faerie abbia potuto mantenersi intatto per secoli e, di conseguenza, come mai la paura verso questo genere di creature sia giunta sino ai nostri giorni. Nei loro domini, all'interno di meravigliosi palazzi, Faerie era in qualche modo divenuto uno specchio del mondo dei mortali, ma il tempo era ancor meno definito e immutabile. Un'ora, per esempio, poteva corrispondere a un intero anno nel nostro mondo. Le mutazioni di ogni genere, anche quelle che riguardavano la nascita, la crescita, la fertilit o la morte, erano altrettanto sconosciute. Faerie si trovava apparentemente discosta dalla lotta che il mondo mortale sosteneva ogni giorno per la sopravvivenza, e sembrava parimenti lontana da qualunque forma di progresso o di evoluzione. Molto spesso, il popolo fatato entrava nel nostro mondo, sconvolgendo la fragile patina di ordine e apparente sicurezza che lo proteggeva.
A volte alcune irruzioni nel mondo dei mortali avevano effetti addirittura scioccanti, spettacolari o misteriosi.
Sparizioni improvvise, incantesimi e fatti apparentemente inspiegabili che lasciavano intatto il corpo della vittima, ma lo separavano dall'anima; infanti che mutavano da bellissime creature in dispettosi e orribili demonietti, rugosi come vecchi, con gli occhi pervasi da una luce febbrile e foriera di occulte conoscenze.
I mortali, per, non erano veramente indifesi contro questo sovrannaturale pericolo. Contro il rapimento, una delle pi comuni forme di intervento fatato, i pi prudenti individui disponevano di una efficace contromisura: sapevano che non dovevano mai fermarsi su di un prato, dentro un cerchio di funghi, oppure all'interno di uno fatto di alti steli d'erba. Erano anelli fatati, in grado di aprire porte che conducevano a Faerie. Era anche pericolosissimo addormentarsi su una collina erbosa, poich poteva essere un tumulo sconosciuto sotto il quale si nascondeva un castello degli elfi. Questi, adirati per l'intrusione, potevano uscire all'improvviso, ghermire il viandante e portarlo nel loro mondo.
Le conseguenze di un incontro, anche casuale, con il popolo fatato, potevano essere disastrose, come racconta la storia gallese di Taffy ap Sion.
Figlio di un ciabattino, Taffy era un ragazzo che amava sognare e, quando il lavoro nella bottega del padre languiva, era solito passeggiare senza meta fra le verdi colline e i prati che circondavano il suo villaggio, desiderando di rimanere solo con le nuvole e il grido dei corvi. Suo padre, prudentemente, lo aveva avvertito di non avvicinarsi ai cerchi fatati, ma lo sguardo di Taffy era sempre rivolto al cielo, e raramente il giovane guardava dove stava mettendo i piedi. Un pomeriggio, infine, mentre vagabondava come suo solito, gli parve che il cielo improvvisamente divenisse pi luminoso. Un attimo dopo, si trov assordato da un frastuono indescrivibile, come se centinaia di minuscole cornamuse suonassero tutte assieme.
Attorno al giovane gallese comparve uno stuolo di omini con abiti verde bottiglia e di damine vestite in bianco e rosso. Erano creature piccole e simpatiche, e la luce che li circondava li faceva sembrare gioielli viventi. In mezzo al gruppo si trovavano tavoli da banchetto riccamente imbanditi con frutta, tranci di carne arrostita e boccali pieni di ottimo vino rosso. Attorno alle numerose tavole festeggiavano allegramente i minuscoli individui.
Oltre questo cerchio luminoso, le colline e i prati apparivano molto distanti e avevano assunto un'aria spettrale, come se fosse improvvisamente scesa una densa nebbia. Taffy non si preoccup: non aveva alcuna intenzione di abbandonare quel meraviglioso angolo di paradiso.
Al contrario, prese per mano due allegri compagni e venne rapidamente travolto dal vortice delle danze.
Passarono cinque minuti, forse dieci, poi Taffy perse l'equilibrio e si trov disteso per terra, fuori dal cerchio magico. Si sedette sull'erba per un attimo, stupito: i suoi allegri compagni di baldoria erano scomparsi senza lasciare alcuna traccia. Si alz, osserv il panorama e si accorse che qualcosa era cambiato. Le montagne all'orizzonte parevano immutate, ma dove ricordava alberi e cespugli, ora c'erano verdi campi coltivati, separati fra loro da bassi muri di pietra e costeggiati da sentieri e strade in terra battuta. Era opera del popolo fatato, Taffy ne era certo, e il suo disagio aument visibilmente mentre si dirigeva verso casa, attraversando muretti gi pieni di muschio.
Gir attorno alla bassa collina che nascondeva la dimora paterna. La casa era sempre l, dove la ricordava, ma da povera capanna con il tetto di paglia e il pavimento di terra era divenuta un edificio di solida pietra, con il tetto rivestito di lastre di ardesia, e due alti abeti crescevano vicino alla porta. Un cane che non aveva mai visto prima di allora si mosse dalla soglia verso di lui, annusando sospettoso, e l'uomo che lo richiam non assomigliava per nulla a suo padre, o a un suo vicino.
Il contadino osserv il giovane con gli strani vestiti, e pens inizialmente che si fosse perduto. Quando per sent Taffy che narrava la sua storia, cominci a intuire la verit. Decise di consultare una vecchia
donna del villaggio che conosceva le storie antiche, risalenti a un tempo ben anteriore all'arrivo del contadino e della sua famiglia in questa terra. Mentre Taffy veniva accompagnato verso la cittadina, per, accadde qualcosa di incredibile. I passi del giovane divennero sempre pi silenziosi e leggeri. Il contadino sent un pesante sospiro e si jir di scatto: Taffy sembrava ora pallidissimo e congelato, simile a uno spettro, e poi scomparve. Sul terreno rimase un sottilissimo strato di fine cenere nera.
Il contadino aveva ben compreso cosa era accaduto: Taffy aveva danzato solo per pochi minuti, ma nel nostro mondo erano trascorsi secoli. Quando il giovane era tornato a casa, il tempo aveva preteso il suo tributo in pochi istanti, invecchiandolo, facendolo morire e decomporre davanti agli occhi dello sconvolto spettatore. Come poi spieg la vecchia donna al villaggio, pi di trecento anni prima era misteriosamente scomparso sulle montagne Taffy ap Sion, il figlio di un ciabattino.
Il popolo fatato che aveva danzato con Taffy per secoli, quasi sicuramente non aveva avuto alcuna intenzione di ingannarlo, e non era riuscito a trattenerlo quando era caduto fuori dal cerchio. Non vi era stata malizia nel loro comportamento, ma il reame di Faerie era comunque un ambiente ostile per i mortali, e il tempo vi scorreva in maniera diversa. Persino le migliori intenzioni di una fata non possono salvare un essere umano dalle conseguenze fatali del tempo elfico, una volta che torna nel nostro mondo.
In effetti, come tutte le cose che riguardano Faerie, anche il passare del tempo  capriccioso, e i mortali che si avventurano nell'altro mondo non sempre tornano a casa dopo secoli.  accaduto che individui, rapiti dal popolo fatato, tornassero a casa dopo un anno e un giorno, oppure dopo sette anni; in entrambi i casi, si trattava di periodi che permettevano la riapertura dei portali che dividevano il regno fatato dal nostro mondo. Pochissimi, per, erano tornati identici a quando erano partiti: vivere in un luogo dove sono sovvertite le leggi della natura lasciava sovente su questi sventurati un marchio indelebile. Nella maggior parte dei casi, al poveretto rimaneva un inestinguibile desiderio di tornare in quel magico luogo.
Un contadino gallese di nome Rhys cadde vittima di questa maledizione non appena venne salvato da un cerchio di fate. Ecco cosa avvenne.
Una sera, Rhys e il suo amico Llewellyn stavano tornando a casa, dopo aver arato un campo molto lontano. Rhys si volse verso l'amico e disse di aver udito un suono d'arpa. La musica era cos tenue, raccont l'amico, da sembrare solamente il ricordo di una canzone, anche se era certo di non averla mai udita prima di allora. Rhys lasci il sentiero per cercare l'origine della melodia, dicendo a Llewellyn di proseguire senza di lui.
Non torn al villaggio, quella notte, e neppure le successive. Furono effettuate ricerche, ma sembrava svanito nel nulla. Al villaggio si cominci a bisbigliare che Llewellyn avesse assassinato l'amico e avesse nascosto il corpo. Il giovane si difese con forza, proclamando la propria innocenza e, alla fine, un suo compaesano gli chiese di condurlo laddove Rhys aveva udito la strana musica.
Dopo una lunga ricerca, Llewellyn scopr, presso un cespuglio di more selvatiche, una macchia d'erba calpestata. Prov prudentemente a mettervi sopra un piede, e immediatamente si trov al limitare di un brillante cerchio di fate che danzavano in una cupola di luce. Al centro dell'anello si trovava Rhys, che danzava allegro, agitandosi come uno spaventapasseri al vento. Stando molto attento a tenere un piede ben fermo fuori dal cerchio, il giovane si tese verso Rhys, lo afferr per il bordo della giacca e lo trasse fuori dalla danza magica. Il suo compaesano era stupito e non sapeva cosa pensare: aveva visto Llewellyn sporgersi verso il nulla e da quel nulla Rhys era improvvisamente comparso.
Il giovane credeva di aver danzato solo per pochi istanti e, quando seppe cosa era realmente accaduto, non riusc pi a tornare alla sua vecchia vita. Litig con i suoi vecchi amici e non lavor pi nei campi. Cominci a vagare da solo fra le ventose colline, cercando disperatamente la selvaggia musica, ma trovando solo il suono del vento. Trascorsero alcune settimane, mentre Rhys diveniva sempre pi magro, distaccato; poi un giorno nessuno lo vide pi vagare. Alla fine, il suo corpo senza vita fu trovato da un cacciatore nei boschi.
Lo struggente e inestinguibile desiderio che colpiva i mortali che avevano assaporato i piacieri di Faerie aveva una sua controparte anche fra gli abitanti del popolo fatato, specialmente durante gli ultimi tempi della loro esistenza, quando stavano per scomparire definitivamente dal nostro mondo. Erano attratti dalla vivacit e dalla forza del genere umano e, per cercare di acquisire qualcuna delle nostre doti, ricominciarono a rapire i mortali. Le prede favorite erano i pi giovani: belle fanciulle, giovani ragazzi e, se possibile, bambini ancora in fasce.
??? esiste una forza vitale superiore a quella di un bambino appena nato, e i contadini sapevano bene quale oscura minaccia aleggiasse attorno ai loro figli. Un bambino non ancora battezzato, non aveva un nome che lo identificasse e lo legasse al nostro mondo; diventava cos una facile preda e molte madri erano solite appendere sopra alla culla un paio di forbici aperte a simboleggiare la croce e il ferro, due elementi in grado di fermare il popolo fatato. Anche i pantaloni del padre, se messi trasversalmente sulla culla, potevano arrestare il potere delle fate, cos come alcune potenti piante come l'aglio e il sorbo rosso.
nessuna protezione, per, durava in eterno e talora, con molta fatica, poteva essere aggirata. Il fatto peggiore era che spesso un rapimento non veniva scoperto che molto tempo dopo, poich i rapitori erano soliti lasciare nella culla, al posto del bimbo, un mutaforma, ovvero un appartenente alla loro specie che aveva subito un temporaneo incantesimo per assomigliare perfettamente al bimbo. Quando finalmente i parenti scoprivano che qualcosa non andava per il verso giusto, i rapitori erano ormai al sicuro nel loro regno.
L'inganno non durava a lungo. La scoperta avveniva molto spesso in breve tempo, perch il sostituto era un membro anziano del popolo fatato, felice di essere accudito da una madre mortale ma incapace di mascherare a lungo il suo tutt'altro che piacevole aspetto. Inoltre, la gente possedeva un vero arsenale di prove per controllare l'autenticit del bambino. Alcuni erano vere e proprie crudeli ordalie: il bimbo veniva messo in una pentola ed esposto al fuoco, oppure veniva lasciato per un giorno intero all'aperto, su un monticello di letame in balia degli elementi.
Se si trattava di un essere fatato, il finale era in genere felice: non appena si sentiva minacciato, riacquistava la sua vera forma e scompariva. In pochi istanti ritornava nella culla il bimbo rapito, poich le fate temevano le rappresaglie. Se invece si trattava di un vero bambino - spesso bastava essersi ammalati improvvisamente per essere guardati con sospetto - l'esposizione al fuoco poteva avere un tragico finale.
Fortunatamente esistevano anche sistemi meno cruenti e pi raffinati per smascherare un mutaforma, come ci narra una storia irlandese.
Una donna venne svegliata una mattina da un improvviso rumore: il figlio in fasce, sino a quel giorno robusto e tranquillo, era divenuto un marmocchio che piangeva continuamente. Corse alla culla e si ferm di botto, sconvolta: le guance del bimbo sempre grassottelle e rubiconde, erano ora cadenti, la sua pelle sembrava quella di un vecchio rinsecchito e le ossa erano chiaramente visibili per l'incredibile magrezza. La donna chiam i vicini: bench fosse possibile che una potente febbre avesse devastato il corpicino durante la notte, molti pensarono a un intervento del popolo fatato.
I sistemi tradizionali per scoprire la verit erano rischiosi: esporre la creatura al fuoco, oppure appoggiarla nuda su un mucchio di neve. In questo caso, affermarono, la creatura fatata sarebbe scomparsa e sarebbe tornato il bimbo. La madre, tuttavia, non voleva correre un simile rischio. La creatura, intanto, sembrava osservare con interesse cosa stava accadendo.
Alla fine, una saggia vicina pens a un rimedio meno cruento. In effetti esord esisterebbe un sistema per scoprire le verit senza far correre eccessivi rischi al bimbo. La madre, preoccupata per l'incolumit del figlio, ascolt ci che prescriveva l'anziana donna.
Devi fargli una piccola sorpresa inizi questa. Riempi un calderone d'acqua e mettilo a bollire sul fuoco. Poi prendi una dozzina di uova fresche di giornata, rompi le e getta via tutto tranne i gusci, non appena l'acqua inizier a fare vapore, buttaci dentro i gusci e annuncia che stai preparando da mangiare. Capirai subito se si tratta di un mutaforma. In questo caso continu con noncuranza infilagli in gola un attizzatoio arroventato sulla fiamma.
Subito la madre si sedette, accese i fuoco e vi mise a bollire la pentola d'acqua. Prese le uova, le ruppe e gett via quanto contenevano, conservando i gusci. Dalla culla non giungeva alcun suono.
Quando l'acqua inizi a bollire, gett i gusci nella pentola e cominci a mescolare. Dalla culla giunse la gracchiante voce di un vecchio: Mamma, cosa stai facendo?.
La madre si volse e osserv che gli occhi che la fissavano non avevano nulla di umano. Il bambino si sedette nella culla, e ogni dubbio scomparve dal cuore della madre. Subito mise l'attizzatoio nel fuoco Sto cucinando, mio caro rispose.
Cosa stai cucinando, mamma?.
Gusci d'uovo, mio caro rispose, mentre osservava l'attizzatoio che diveniva rosso per il calore.
Oh esclam il bambino. Ho millecinquecento anni e non ho mai sentito di qualcuno che cucinasse gusci d'uovo.
La donna non attese altro: afferr l'attizzatoio per il manico e si lanci con un
balzo verso la culla. Quando la raggiunse, per, scopr con grande meraviglia che il suo florido bimbo era tornato sano e salvo, senza neppure un graffio.
Come accadeva per i bimbi liberati, anche gli adulti prigionieri tornavano nel nostro mondo con lo spirito non mutato e libero dai vincoli fatati.
Il loro salvataggio era per un'impresa rischiosa, anche perch i rapitori di un adulto difficilmente lasciavano dietro di loro un mutaforma. Tuttalpi erano soliti abbandonare nel letto della vittima uno stock, ovvero una riproduzione in legno del rapito, che grazie a un incantesimo sembrava viva per alcuni giorni.
Quando passava l'effetto, i parenti pensavano che il loro caro fosse morto e non indagavano oltre.
Se ci si accorgeva del rapimento, era possibile tentare un salvataggio. Come narra una storia irlandese, per, in questi casi la fortuna era determinante.
Il protagonista era un contadino che abitualmente dormiva sonni profondi e russava. Sua moglie scomparve e di questo si accorse solamente una mattina, quando venne svegliato dai lamenti del figlio in fasce che, dalla culla posta ai piedi del suo letto, reclamava il latte materno. L'uomo si gir per scuotere la moglie, ma vide che il suo posto nel letto era freddo e vuoto. Sulla porta della stanza da letto si trovavano i suoi due figli pi grandi: erano due bambini dagli occhi spalancati e pieni di timore, poich erano stati testimoni della sparizione della madre.
In piena notte, infatti, erano stati svegliati da una luce che proveniva dalla porta della stanza in cui dormivano i genitori. I ragazzi erano strisciati silenziosamente sino alla porta e avevano visto la madre che camminava come in trance, attratta da un fascio di luce nel quale si trovavano numerose persone, che splendevano come statue di purissimo cristallo. I due bimbi avevano chiamato la madre, ma questa era loro passata accanto senza neppure notarli.
Dopo aver udito il racconto, il contadino lasci i figli che piangevano e si rec in fretta e furia al villaggio, chiedendo ai vicini se avevano notato qualcosa.
La risposta che ottenne era prevedibile: nessuno aveva visto la sua amata Molly, e tutti ritenevano che fosse stata rapita dal popolo fatato. Passarono alcuni giorni, mentre il povero contadino attendeva sempre meno fiducioso di rivedere la moglie.
Un mattino, la levatrice del villaggio giunse da lui raccontando che la notte prima un oscuro gentiluomo aveva bussato alla sua porta, teso e agitato come ogni padre in attesa del parto della moglie.
 In un momento come quello, continu, lei non aveva certo pensato di fare domande: aveva velocemente radunato le sue cose ed era salita con il visitatore sul suo gigantesco cavallo nero.
Quando l'animale aveva iniziato a galoppare, la donna si era stretta alla vita dello straniero e aveva chiuso gli occhi. Il viaggio era stato breve, e quando la levatrice aveva riaperto gli occhi, si era ritrovata in una meravigliosa camera, con preziosi arazzi alle pareti e un caldo fuoco che ardeva nel camino. Al centro della stanza c'era un maestoso letto matrimoniale su cui era sdraiata una fragile donna, con i bellissimi tratti facciali deformati in una smorfia per i dolori del travaglio.
Le mani esperte della levatrice l'aiutarono a far nascere in poco tempo un bellissimo bambino, e l'uomo oscuro venne da lei con un'anfora di olio per massaggiare la pelle dell'infante. Terminata la sua opera, la donna si gratt inavvertitamente l'occhio destro con un dito unto. Improvvisamente la realt attorno a lei cambi: la splendida camera si trasform in una melmosa caverna, il letto in un blocco di roccia ricoperto da uno straccio e i magnifici arazzi in funghi, licheni e muschio. Tutto allora le fu chiaro e cap di aver aiutato a far nascere un bimbo del popolo fatato.
Lalevatrice aveva udito pi volte che l'olio fatato poteva conferire a un mortale il dono della vita incantata. Nel suo caso, per era avvenuto il contrario: aveva avuto la possibilit di vedere il vero volto di questa aliena genia. Il bimbo era un gracchiante mostriciattolo simile pi a un pollo spennacchiato che a un neonato, e stava appeso al petto della madre. E l'unguento rivel anche un'altra raccapriccian te verit: nell'ombra, al posto di un grosso candelabro, attendeva trepidante la rapita Molly.
Il fatato padre lasci per un istante la stanza, e la levatrice corse dalla donna rapita. Molly le raccont che era stata catturata per allattare il mostriciattolo fatato e che, probabilmente, non sarebbe mai pi riuscita a tornare a casa. Ora per, il fortunato evento che aveva permesso alla levatrice di scoprire l'inganno le dava una possibilit di salvezza. Aspetta con mio marito ai confini del villaggio, il prossimo venerd, proprio prima della mezzanotte, rivel alla levatrice. Vedrai passare una processione di elfi e fate, e io sar con loro. Guida mio marito sino a me, e se riuscir a cingermi alla vita potr salvarmi.
Il padre fatato torn nella stanza e si offr di riaccompagnarla al villaggio. Il suo cavallo, che prima era apparso come un meraviglioso stallone nero, ora era divenuto un gigantesco cinghiale, ma la donna non voleva tradirsi e, coraggiosamente, vi mont in groppa. In breve il viaggio ebbe termine e si ritrov davanti a casa.
La levatrice termin il racconto fissando negli occhi il contadino dicendogli: Ora sai cosa devi fare!.
Il successivo venerd, mentre la sera cedeva il posto alla notte, la levatrice e il contadino attesero ai confini del villaggio. Pass il tempo, e la mezzanotte si avvicin. La levatrice, improvvisamente, afferr per un braccio il contadino. La processione era iniziata, al suono di arpe e sonagli, ma il contadino non vedeva o udiva nulla.
Lentamente, guidato dalla levatrice, inizi a percepire gli strani suoni degli abiti fatati che passavano sulle foglie secche, simili al vento dell'autunno. La levatrice lo guid, cos che riusc ad abbracciare una forma invisibile e tuttavia familiare al tatto.
Improvvisamente si trov circondato da fantasmi. Il prato illuminato dalla luna scomparve alla sua vista, sostituito da un muro di fiamme, e il tuono di una gigantesca conflagrazione risuon spaventoso nelle sue orecchie. Le fiamme danzanti si divisero sino a formare una freccia incandescente che vol alta nel cielo e poi precipit verso terra. Si piant nel terreno ai piedi del contadino, e dalla terra cos squarciata usc una nera moltitudine di malefiche creature, non meglio identificabili nella penombra che le avvolgeva. Queste saltarono qua e l davanti a lui, tentando di morderlo. Il contadino chiuse gli occhi e si prepar al velenoso morso che lo avrebbe ucciso, ma non esit e tenne le braccia attorno alla familiare forma invisibile.
Qualcosa cambi in ci che abbracciava, come se divenisse pi concreto, e quando l'uomo apr gli occhi vide davanti a s la moglie, che sbatteva le palpebre come se si fosse appena risvegliata da un lunghissimo e profondo sonno.
Solo la levatrice incontr nuovamente il popolo di Faerie. Un giorno, al mercato, scopr che il suo occhio destro riusciva a vedere lo straniero che l'aveva convocata quella notte per far nascere suo figlio. Stava invisibile tra la folla, rubacchiando qua e l pezzetti di formaggio o di verdura dai banchi. La donna lo fiss con ostilit, e questi si stup molto di essere stato visto. La raggiunse e cominci a girarle attorno, cercando di capire quale era l'occhio che l'aveva individuato. Quando fu sicuro, tese l'indice destro: le sue unghie erano lunghe e appuntite come artigli, e con un colpo deciso lo piant nell'occhio della donna, accecandola.
Il contadino aveva trovato nell'amore verso la moglie la forza che gli aveva permesso di resistere coraggiosamente alle creature fatate, ma anticamente qualcuno aveva compiuto un'impresa analoga alla sua. All'epoca di Ethna e dei Tuatha D Danaan, camminavano sulla terra grandi eroi e il popolo fatato era ancora all'apice della sua gloriosa esistenza. La sua bellezza era reale e innata, non il prodotto del Glamor o di un'effimera illusione, e il popolo fatato era vivo, valoroso e passionale come gli esseri umani. I sovrani degli elfi che circuivano le donne mortali non le utilizzavano come nutrici o domestiche, ma le facevano divenire mogli e amanti, oppure donavano loro meravigliosi palazzi. In quei tempi lontani accadde che pi di un sovrano si trov a dover fronteggiare un pretendente fatato che aspirava a rapire la sua sposa, come avvenne nel caso di Ethna. Fu forse a questi valorosi esseri umani che and il pensiero del contadino mentre veniva assalito dalle creature fatate al chiaro di luna. Probabilmente, come altri ai suoi tempi, ricordava la meravigliosa leggenda di Orfeo.
conosciuto per la sua incredibile abilit con l'arpa, cos come per la sua natura retta, benevola e generosa, Orfeo regnava sul popolo della Tracia, una regione della Grecia settentrionale. Il suo governo viene ricordato come un periodo di pace e prosperit sia dai nobili che dal popolo. Tutto, purtroppo, termin un triste pomeriggio di maggio, quando la sua amata sposa Euridice lo raggiunse in lacrime, raccontandogli una terribile vicenda.
Quella mattina, il dolce canto degli uccelli e la tiepida aria di primavera l'avevano lentamente cullata sino a farla addormentare sotto a un albero creato grazie a un innesto da parte dei giardinieri reali.
Poich queste piante non erano il risultato di un processo naturale, ma di una sorta di sconvolgimento del normale ordine delle cose, spesso potevano servire da porte fra il nostro mondo e Faerie.
Euridice si era addormentata incautamente sotto una pianta potenzialmente pericolosa e a mezzogiorno, un altro periodo di tempo favorevole al popolo fatato, si era improvvisamente destata.
Aveva sognato che presto avrebbe abbandonato questo mondo e l'amato marito. Un re del popolo fatato, alto, splendente e con una corona rilucente di gemme, le si era avvicinato e, senza dire una parola, l'aveva stretta fra le sue braccia. L'aveva sollevata e condotta attraverso le tenebre sino alla sua nuova dimora. Poi il sovrano l'aveva riportata al suo albero e le aveva ordinato, minacciando un'atroce punizione in caso di disobbedienza, di attenderlo l il giorno dopo, non sapendo cosa fare, la donna aveva chiamato sconsolata il marito.
Il giorno successivo, di buon mattino, Orfeo ordin ai suoi guerrieri di circondare l'albero dove si era appoggiata nuovamente Euridice, ora pallida e silenziosa. Orfeo si guard attorno, in cerca di un nemico, ma l'unico rumore che riusc a sentire era quello delle corazze dei suoi uomini e dei finimenti di cuoio.
Improvvisamente, colto da un dubbio, si volt verso l'albero, e lanci un grido sconsolato: Euridice era scomparsa dal centro degli uomini armati senza lasciare alcuna traccia di s.
Distrutto dal dolore, Orfeo lasci il suo regno e vag per terre selvagge, portando con s solamente la sua arpa. Per dieci anni si nutr di frutti, radici e bacche.
Durante la notte utilizzava le pietre come cuscino, dormendo sotto il cielo stellato d'estate e nelle caverne durante l'inverno. Divenne sempre pi magro e deperito, e l'unica cosa che poteva consolarlo era la musica. Quando le tristi note dell'arpa aleggiavano nella foresta, tutti gli animali piangevano e persino le bestie pi feroci si avvicinavano ammaliate ad ascoltare.
Orfeo non incontr esseri umani durante questo esilio volontario, ma un caldo giorno d'estate not un branco di creature fatate che cavalcava nell'erba alta. In distanza poi, ud il suono dei loro corni da caccia. Un giorno, infine, ud alle sue spalle un rumore simile a quello di un ramo spezzato da uno zoccolo. Si volse e ammir una processione di cacciatrici fatate, ciascuna a cavallo di un destriero candido come la neve, con falchi grigi appollaiati sui guanti da caccia. Una delle donne volse lo sguardo verso Orfeo, che con grande emozione si rese conto che era l'amata Euridice. Si osservarono, con gli occhi colmi di lacrime, ma prima che uno dei due potesse parlare la processione si allontan.
Con grande prudenza, Orfeo prese la sua arpa e segu le cacciatrici nella foresta. Raggiunsero un dirupo ed entrarono in una larga frattura nella viva roccia. L'uomo le segu nelle tenebre, guidato dallo scalpitio degli zoccoli dei cavalli. Cammin per ore in tortuosi corridoi, poi improvvisamente i suoi occhi furono accecati da una luce abbagliante: davanti a lui, in mezzo a un verde prato, sorgeva un bianco castello.
Le porte erano sempre aperte per un menestrello, e Orfeo entr senza alcun pra. Attravers sale e giardini in cui si vedevano uomini e donne mortali, tutti
 nella posizione che avevano assunto quando il popolo fatato li aveva catturati, e l c'erano statue equestri, veri cavalieri attratti magicamente in quel fatato reame dalle pi remote e furiose battaglie. Nella corte centrale, sedeva il re degli elfi e accanto a lui si trovava Euridice, desta e seduta sotto ad un albero che pareva la copia perfetta di quello che si trovava nel palazzo reale in Tracia.
Orfeo si inginocchi di fronte al sovrano e si offr di suonare. La creatura fatata aggrott le sopracciglia all'improvvisa apparizione del menestrello, poi acconsent con una sorta di borbottio. Non appena la cascata di melodiose note proruppe dalle corde dell'arpa, per, il rude atteggiamento del re si addolc. Alla fine, la musica di Orfeo si attenu, sino a sfumare nel nulla. Il Re degli elfi, estasiato, promise al menestrello che avrebbe esaudito tutto ci che questi avesse chiesto.
 Allora dammi rispose Orfeo la donna che riposa sotto quell'albero fatato.
  una richiesta decisamente inopportuna replic il sovrano. Vederla assieme a te, sarebbe per me una cosa orrenda.
Sarebbe ancor peggio se tu avessi mentito, quando mi hai promesso qualsiasi cosa avessi chiesto come ricompensa concluse deciso il menestrello.
Era vero, e il Re degli elfi lo sapeva. Fece un gesto, e improvvisamente Euridice si svegli e si alz. Il suo sguardo cadde sul marito, e i suoi occhi si riempirono di lacrime per la gioia. In un istante fu al suo fianco e Orfeo, presala per mano, usc dalla sala. Alcuni narrano che la perse nuovamente, e per sempre, durante il viaggio attraverso l'oscurit della montagna, mentre cercava di raggiungere il nostro mondo. Altri, invece, sostengono che i due tornarono nel mondo dei mortali, raggiunsero la Tracia e divennero nuovamente re e regina.

gli anni passarono, e tutti coloro che ascoltavano la storia di Orfeo e del suo pericoloso viaggio finivano per immedesimarsi nell'eroe che aveva ammaliato persino un sovrano del popolo fatato pur di riconquistare la donna che amava. In questa storia, probabilmente, sono racchiusi i timori che i mortali nutrono nei confronti delle creature fatate e delle incursioni che queste talora compiono ai nostri danni. Bench Faerie fosse pericolosa e letale per la maggior parte degli esseri umani,  capitato che alcuni individui, dotati di poteri divini o conquistati dall'amore per una fanciulla del popolo fatato, trovassero in questo mondo misterioso un rifugio dalla morte.
Fra questi pochi fortunati - alcuni ritengono che persino re Art faccia parte dell'esigua schiera - c'era Thomas il Rimatore, poeta e sognatore scozzese. I suoi compaesani cominciarono a comprendere che aveva collegamenti con il popolo fatato quando, una volta, giunse nella piazza del mercato di Ercildoune, il suo borgo natio, dopo un'assenza protrattasi per sette anni. Era stato creduto morto, e la storia che narr aveva dell'incredibile.
Raccont di una regina di Faerie che, sette anni prima, aveva cavalcato verso di lui mentre si era assiso presso un albero e aveva appoggiato a terra il suo liuto. I suoi compaesani appresero che la scena era avvenuta in un bosco appena fuori dal villaggio. La regina sorrise e tir le redini davanti a lui, facendo fermare il cavallo:

era bella come l'aurora e il poeta inizi a suonare per conquistarla. Alla fine, la donna scese di sella e lui cerc di baciarla. Lei lo avvert che un bacio lo avrebbe vincolato a lei per sette anni, ma il poeta si era perdutamente innamorato, e non esit. La regina, poi, sal nuovamente in sella al suo destriero e si avvi verso il fatato reame, seguita da Thomas.
Il viaggio li port ad attraversare la notte infinita, dove guadarono un mare di sangue che raggiungeva le ginocchia del poeta, finch giunsero a un bellissimo prato.
Qui la regina delle fate mostr a Thomas una strada ben curata, larga e ben trafficabile, che conduceva alla perdizione, e uno stretto e scomodo sentiero, sassoso e poco battuto, che invece portava alla virt e alla giustizia.
Per i poeti e gli amanti come noi concluse esiste anche una terza strada. Fu cos che lo condusse per un percorso pieno di curve, dove i suoi piedi camminavano sul verde muschio e le sue gambe erano accarezzate dalle felci, che crescevano rigogliose. Era la strada per Faerie.
Adesso che il suo tempo con lei era finito, la donna fatata lo aveva rimandato a Ercildoune, perch potesse continuare a vivere come un essere umano. Quando lo scalpore per il suo strano viaggio si fu quietato, Thomas riprese la sua normale vita. Le sue poesie, per, avevano acquisito una nuova vita, erano dotate di una magica eloquenza e ricordavano alcuni episodi della sua vita passata nel reame incantato, dove aveva assaporato i frutti che conferivano una piena conoscenza della verit. Era stato questo il prezioso dono d'addio della regina delle fate.

Durante la sua vita nel nostro mondo Thomas prese l'abitudine di invitare a un solenne banchetto i suoi compaesani una volta all'anno. Strane notizie, per, interruppero la festa del suo settantottesimo compleanno: un ragazzo giunse gridando dicendo che una coppia di cervi bianchi come il latte, maschio e femmina, stavano trotterellando verso il villaggio, diretti alla casa del poeta. Tutti furono turbati dalla notizia e solo Thomas, considerato come uno degli uomini pi saggi della regione comprese il motivo di una simile intrusione del sovrannaturale nel nostro mondo.
Sono creature giunte dal reame incantato annunci ai suoi ospiti. Devo andare con loro. Detto questo salut tutti e usc.
nella piazza, un ammutolito gruppo di compaesani vide i cervi che si fermavano e osservare Thomas che si avvicinava. Poi si misero al suo fianco e tutti e tre iniziarono ad allontanarsi. Solo lo scalpiccio dei piedi del poeta giungeva alle orecchie dei suoi amici; le due creature fatate, invece, camminavano in perfetto silenzio.
Attraversarono il villaggio ed entrarono nella foresta che lo circondava. La minuscola processione venne vista un'ultima volta fra gli scuri abeti, poi scomparve.
Fu cos che, quando i giorni di Thomas il Rimatore giunsero alla fine, venne chiamato ancora una volta a Faerie. Alcuni viaggiatori, che tempo dopo ebbero la fortuna d raggiungere il reame incantato, narrarono che abitava ancora l, suonava e componeva poesie per elfi e fate, e li aiutava con i suoi consigli.
Con la sua amata regina, Thomas riusc a eludere la stretta della morte e l'inevitabile fine dell'amore mortale. Solamente pochi altri eletti ebbero la fortuna di poter beneficiare di un simile privilegio.

Il cibo proibito.
Uno dei maggiori pericoli per un essere umano consisteva nel mangiare il cibo del popolo fatato. In questo modo, divenivano parte del mondo fatato e rimanevano intrappolati per sempre in Faerie.  stato anche detto che il gusto di questo cibo era cos intenso da far struggere di desiderio gli esseri umani sino a morirne.
 Un poeta inglese narr la storia di due sorelle che vivevano presso una valle dove una banda di elfi teneva un mercato notturno, offrendo grappoli d'uva, succose pesche, mele, pere e frutta di ogni tipo.
 Bench questo mercato fosse normalmente invisibile, le due giovani riuscirono a vederlo una notte. La pi anziana delle due fugg spaventata, mentre la pi giovane si avvicin. Le creature fatate l'accolsero benevolmente e, in cambio di una ciocca dei suoi dorati capelli, le permisero di mangiare tutta la frutta che voleva.
 Inebriata dal gusto di ci che aveva assaggiato, torn a casa molto tardi, mentre il velenoso effetto del cibo cominciava gi a infestarle il corpo. Le notti seguenti torn nella piccola valle, ma il fatato mercato sembrava scomparso. Fin per ammalarsi a causa della sua magica fame.
 Quando fu chiaro che stava per morire, la sorella decise di agire. Si avvi da sola, una notte, sino alla valle. Sentendo che una nuova vittima stava per giungere, il popolo fatato apparve e le mostr le sue seducenti merci, e precisarono che avrebbe potuto averle solamente se mangiava con loro. Non volendo diventare come la sorella, la donna rifiut. Gli elfi, allora iniziarono a infuriarsi: in un attimo la circondarono e presero a darle morsi, pizzicotti e a farle dispetti di ogni genere. Le sbatterono i frutti in faccia e glieli premettero contro la bocca, per costringerla a mangiare, ma la fanciulla riusc a resistere. Solo il succo rimase sulle sue labbra.
 Giunse l'alba: il popolo fatato fugg e la ragazza torn a casa per dare un ultimo bacio di addio alla sorella morente. Questa sent il gusto del cibo elFico: la sua fame innaturale fu in questo modo saziata, e la ragazza guar immediatamente.
 Le due sorelle vissero felici e contente, ma non si avventurarono mai pi nella valle.

Tarn Lin.

Il salvataggio di un mortale dalle grinfie dei suoi fatati rapitori  sempre stata un'impresa colma di rischio. Molti hanno fallito, e solo pochissimi coraggiosi sono riusciti nella titanica impresa. Uno di questi era una fanciulla scozzese di nome Janet, figlia del conte di March.
Vicino al castello in cui viveva, poche miglia a nord del confine con l'Inghilterra, c'era un luogo chiamato Foresta di Carterhaugh, noto per essere sorvegliato da un cavaliere degli elfi, nessuna fanciulla che vi fosse entrata ne era mai uscita incolume, ma Janet non temeva alcun pericolo. Una volta, durante un assolato pomeriggio estivo, lasci la sala del padre e si avventur sino a un pozzo nel bosco per cogliere le meravigliose rose che crescevano l vicino. Ne colse una, e il cavaliere le apparve davanti: era alto, pallido e vestiva un abito di seta.

I raggi del sole avevano iniziato a colorare d'oro le foglie degli alberi, prima che Janet potesse uscire dalla foresta, ormai disonorata. Decise per di tornare ancora una volta nel bosco per incontrare il cavaliere, poich si era innamorata di lui. Apprese che non si trattava di un elfo, ma di un essere umano come lei. Il suo nome era Tarn Lin, nipote del conte di Roxburgh. Era stato rapito anni prima dagli elfi, e ora serviva la regina di Faerie sorvegliando la foresta con le sue fatate truppe.
Esisteva un altro essere umano che avrebbe potuto salvarlo da quella prigionia, se non Janet, che lo amava?

La fanciulla gli confid di volerlo aiutare e lui le spieg come un mortale avrebbe potuto sfidare la regina degli elfi. Poi, lentamente, scomparve nella foresta. La notte di Ognissanti, seguendo le istruzioni di Tarn Lin, Janet si avventur
furtivamente nel bosco, alla luce della luna, sino a un punto dove due strade si incrociavano. Era un punto particolare, dove il popolo fatato poteva muoversi a suo agio. Qui si nascose dietro a una siepe di rovi.
A mezzanotte ud il melodioso suono delle cornamuse. e la magica musica delle arpe; poi vide un'aura di luce, come uno sciame di lucciole, che iniziava a splendere come una visione sopra all'incrocio.
Improvvisamente, prese forma il corteo fatato. Alla sua testa, in groppa a uno stallone nero, cavalcava la regina, pallida come un'antica statua di alabastro. La seguivano dame e nobili, con gli spettrali volti che fissavano la luna e gli occhi persi in una visione lontana. Per ultimo, in una luce assai incerta, veniva Tarn Lin. Janet lo riconobbe, poich lui le aveva rivelato che avrebbe cavalcato uno stallone bianco come la luna, avrebbe calzato un solo guanto e sulla sua fronte avrebbe 
portato un cerchio d'oro. ??? appena Tarn Lin si avvicin, Janet decise di agire. Attese che gli fosse quasi a contatto, poi balz coraggiosamente e lo butt gi dalla sella. In un attimo sent una cacofonia di vocine che urlavano Tarn Lin  fuggito!. La regina ferm il cavallo, si gir sulla sella e osserv l'uomo con uno sguardo di ghiaccio.
Il caldo corpo del cavaliere sembr fondersi con quello di Janet, mentre svaniva dal suo abbraccio. La fanciulla si trov a toccare l'aria vuota e pens che il giovane fosse scomparso. Poi si accorse che piccoli piedi stavano camminando sul palmo della sua mano e una minuscola salamandra cercava di fuggire. Reagendo d'istinto, la ragazza chiuse le mani a coppa per trattenerla. Gli occhi della regina degli elfi balenarono per la furia e la ragazza, in un attimo, si trov a stringere le fredde scaglie di un gigantesco serpente che le si stava avvolgendo attorno al corpo. Vide le mascelle aperte e si strinse con forza alla creatura, avvolgendola in una sorta di appassionato abbraccio, anche se il gelo di quel corpo la terrorizzava. Tuttavia non esit, perch Tarn Lin le aveva raccontato che tipo di prova avrebbe dovuto affrontare: poteva essere salvato solamente da un abbraccio mortale durante la mezzanotte di Ognissanti. La regina degli elfi grid, mentre le scaglie si trasformavano nella calda
pelliccia di un feroce orso. Janet trem, ma continu a stringere la belva come se si trattasse del suo amore.
La regina fatata grid ancora, ed ecco che l'orso si trasform in un gigantesco cigno, che cerc di beccarle il volto e di sfuggire da lei battendo le ali. La fanciulla, per, riusc a non smettere di abbracciarlo. Poi tutto cambi ancora e, al posto del serpente, della belva e del cigno, rimase solamente una sbarra di ferro. Era incandescente e bruciava la pelle della ragazza. Janet cap che stava per morire. Schivando gli zoccoli dei cavalli fatati, corse attraverso la foresta e si gett con la sbarra incandescente nel pozzo dove aveva incontrato Tarn Lin per la prima volta.
Vi fu una nuvola di vapore come la sbarra tocc l'acqua, poi regn il silenzio. Dallo stagno emerse un uomo nudo: era Tarn Lin, e la fanciulla si affrett a coprirlo con il suo mantello.
lontano da loro c'era la regina di Faerie, ferma sulla sella dello stallone, che li fissava con occhi di ghiaccio. Ora ho compreso che l'amore di una mortale ha potuto spezzare i legami che ti tenevano con me, Tarn Lin url la donna fatata. Vorrei averti tolto il cuore e averlo sostituito con uno di pietra. Gir il cavallo, si un allo spettrale corteo e, in breve, scomparve alla vista dei due innamorati, che ormai felicemente assieme, non se ne accorsero neppure.

Capitolo Quattro

Una Lontana Chiamata

 Durante la stagione delle nebbie, sulle colline del Kent, la terra giaceva addormentata sotto un manto di ghiaccio e neve, mentre gli alberi erano spogli e neri. Attraverso questa bianca desolazione viaggiava un cavaliere: era giovane, ma il suo passo era lento, stentato e incerto. Una volta era sano e felice; ora si intravedevano i contorni del teschio dietro il magro e pallido volto, e i suoi occhi erano circondati da un alone nero. La causa della sua malattia era un incontro che aveva avuto durante la precedente estate. La terra era nel momento del massimo splendore: nei prati crescevano le margherite e i ranuncoli, mentre ovunque era possibile percepire il profumo della lavanda. Un'assolata mattina, il giovane cavaliere part da Londra per raggiungere l'esercito del re. Inizialmente viaggi con grande fretta, ma faceva caldo e tutto il paesaggio sembrava riposare, fatta eccezione per il
 canto di una capinera e le echeggianti note di un cuculo in lontananza, e ben presto il giovane ridusse l'andatura del cavallo a un normale passo.
Cullato dall'ondeggiante movimento della sua cavalcatura, il cavaliere inizi a sognare a occhi aperti. All'improvviso, per, la sua attenzione fu catturata da un movimento fluttuante: presso una quercia, vicino alla strada, qualcosa o qualcuno si era mosso. Chiam, ma nessuno rispose. Reso imprudente dalla curiosit, il giovane smont di sella e si avvicin alla pianta. Vieni fuori! intim.
L'unica risposta che ricevette fu un trillo simile a una risata.
Vieni fuori! ordin ancora una volta.
Una donna sembr apparire all'improvviso fra i raggi del sole, e gli si avvicin. Sembrava vestita di pura luce: i suoi abiti erano del colore dei petali delle rose, ed era incoronata da una lunga chioma scarlatta. Incroci lo sguardo del cavaliere con occhi verdi da gatto e, come lo fiss, questi fu irrimediabilmente perduto. In un istante, scord l'esercito, il re e la sua patria: tutto sembr sciogliersi dentro quei grandi occhi verdi.
Senza dire una parola, tese le braccia verso la fata. Questa sembr accettare il suo invito, e il cavaliere la iss facilmente sulla sua sella. Utilizzando un linguaggio che un essere umano non era in grado di comprendere, la donna sussurr qualcosa al cavallo, che subito si gir e, seguito dall'ammaliato cavaliere, s'inoltr nel cuore del bosco sino a raggiungere un verde e assolato prato.
Viaggiarono per ore, talora nella foresta, altre volte in ampie radure. Ogni tanto, la donna fatata diceva qualcosa con voce soave. Il cavaliere colse fiori selvaggi per fargliene dono e lei, con le sue sottili dita, li utilizz per adornarsi la folta e meravigliosa chioma. Quando il sole fu alto nel cielo, la fata inizi a cantare, intrecciando una rete di dolci melodie attorno all'uomo che camminava vicino a lei. Scese poi di sella e lo fiss nuovamente, rivelando con il suo sguardo una tale tenerezza che l'uomo non riusc a profferire parola.
Alla fine, quando era ormai pomeriggio avanzato, la donna sussurr qualcosa al cavallo, che immediatamente si arrest in un antico boschetto.
Il cavaliere la fece scendere di sella e lei lo fiss ancora una volta. L'uomo vide un'indescrivibile tristezza: le lacrime scendevano dai verdi occhi e rilucevano come perle sulle guance. Il cavaliere baci la dama fatata, ma questa si allontan un poco e, ancora una volta, inizi a cantare. Chiara come la nebbia del mattino, la voce sembr imprigionarlo, e le palpebre iniziarono a farsi pesanti.
Sbadigli e in pochi istanti si accasci al suolo. Osserv per qualche attimo le rosee vesti della dama e gli splendenti riflessi nei suoi capelli. Sopra alla sua testa, sembrava che le foglie degli alberi fossero divenute una vera corona che adornava il fatato capo. Tutto inizi a girare in cerchio e il giovane chiuse gli occhi.
Mentre dormiva, fece sogni assai oscuri. Vide una lunga fila di uomini, cavalieri, simili a lui ma grigi come se fossero morti. Le loro aride labbra erano lievemente aperte sulla bocca, e i loro occhi sembravano essere pieni d'ombra. Le labbra spettrali si mossero, e il giovane comprese che stavano pronunciando il suo nome. Dita scheletriche si agitarono, cercando di chiamarlo.
Si svegli di scatto, e si trov madido di sudore, nel cielo buio splendevano le stelle. Singhiozz, chiuse gli occhi e si addorment nuovamente.
Giunse l'alba, e il cavaliere si dest nuovamente. Sentiva che stava per accadere qualcosa di orribile. La dama fatata non c'era pi e sembrava che con lei fosse partito anche il suo cuore. Comprese che questa lo aveva incantato irrimediabilmente e che, quella notte, aveva sognato la sua morte. Seppe in quel momento che, d'ora in poi, la sua vita sarebbe stata un'eterna ricerca di qualcosa che non avrebbe mai raggiunto. Tutto ora gli sembrava vuoto e privo di significato. Sapeva che avrebbe passato ogni ora che gli rimaneva cercando inutilmente la dama fatata.
Triste per il suo nefasto destino, si alz e inizi a cercare. Setacci tutto il boschetto, ma non trov traccia della fata. Fece a ritroso tutto il cammino del giorno precedente, ma non trov nulla.
Continu a cercare. Pass cos il primo giorno, poi il secondo e quello successivo. I fiori iniziarono ad appassire, i campi vennero seminati e gli uccelli smisero di cantare. Il cavaliere continu a vagare, una spettrale e scarna figura che si stagliava contro il cielo dell'inverno, un uomo privato della speranza ma non del tormento.
Alla fine cadde a terra e si distese sul suolo gelato. Gli ultimi suoni di questo mondo che riusc a sentire furono il lieve mugolio del vento e il gracchiare di uno stormo di corvi. Dopo poche ore mor.
I contadini che trovarono il magro e patito corpo non dissero quasi nulla, ma i loro volti erano tristi, duri e preoccupati. Quando furono nuovamente al sicuro nelle loro case, sussurrarono di un pericoloso incantesimo del popolo fatato che ghermiva gli esseri mortali. Cadere preda dell'amore di una fata, dicevano, era pericolosissimo. Questo era il destino oscuro che attendeva coloro che incontravano sulla loro strada il potere di Faerie.
Come testimoniano numerosissimi racconti e leggende, non deve stupire il timore che si provava verso un amore sbocciato fra un umano e una creatura fatata. Gli abitanti di Faerie, dopo tutto, non erano solamente stranieri, ma appartenevano anche a una diversa razza, che era caratterizzata da una natura mutevole e spesso perversa.
Aiutate dalla loro bellezza, le creature di Faerie stendevano una fitta rete di catene fatate che imprigionavano lo sventurato mortale, al punto che talora la sola conclusione possibile era la morte, come  accaduto al cavaliere del Kent che aveva incontrato la donna fatata.
Non tutti i portatori di morte fatati agivano in maniera cos complessa come faceva la dama fatata del Kent. In Irlanda, per esempio, esisteva Leanan Side (Signora Fatata) una fata che si recava di notte nelle citt e nei villaggi alla ricerca dell'amore dei giovani. Quando per li abbracciava, succhiava loro - come un vampiro -il respiro e la vita, che le permettevano di divenire ancor pi bella e forte.
I contadini europei sapevano che le foreste, le sorgenti e i pozzi erano popolati da creature fatate bellissime ma letali, come le Vile e le Nixe. In Russia, le affascinanti e vampiresche Rusalky abitavano nei fiumi e nei laghi. Sedevano solitamente sulla riva, pettinando i capelli alla luce della luna e sorridendo con fare seducente e ambiguo, nessun uomo, si diceva, era in grado di resistere a una creatura di questo genere. Persino monaci di provata fede furono trovati annegati nelle acque dove la Rusalky li aveva attirati con i suoi modi suadenti.

Non esistevano solamente creature fatate di sesso femminile che utilizzavano le loro arti seduttive. In Germania, per esempio, le fatate Nixe avevano una loro controparte maschile, mentre nelle isole britanniche si narrava di elfi seduttori che esercitavano un inesorabile potere sulle donne.
Gli irlandesi, per esempio, narravano del Ganconer, un affabile elfo che era solito apparire alle fanciulle in sembianze cos attraenti da indurle a seguirlo nel bosco. La pipa che fumava era il suo segno di riconoscimento, e questo poteva mettere in allarme le ragazze. Spesso, per, il suo potere era cos grande che queste si lasciavano ugualmente sedurre. I suoi occhi erano neri e grandi, e la sua voce vellutata parlava con una grazia tale che veniva spesso chiamato con l'appellativo Colui che Parla al Cuore. Una donna che cadeva preda del fascino del Ganconer e lo baciava, era perduta irrimediabilmente. Chi incontra Colui che Parla al Cuore diceva un proverbio pu iniziare a prepararsi la bara. Era la verit: il Ganconer si disinteressava in fretta delle sue mortali amanti e scompariva, soddisfatto. Le poverette, invece, iniziavano a deperire sino a morirne.
Un'altra creatura fatata di questa specie era un elfo noto con il nome di Amante Demoniaco, protagonista di numerose ballate scozzesi.
Si narra che, anticamente, si fosse realmente innamorato di una donna umana, ma aveva poi dovuto abbandonarla per sette anni. Nessuno sa spiegare il motivo della sua scomparsa ma, prima di andarsene, le fece promettere che lo avrebbe atteso. Lei acconsent, ma poi si spos con un altro uomo.
Quando Amante Demoniaco torn, sgrid severamente la donna, e poi la sedusse. Lei abbandon il marito e i figli, ancora bambini, per seguire l'elfo su una nave che li stava attendendo: era un meraviglioso galeone con vele di lino e alberi che sembravano d'oro. Non si vedevano i membri dell'equipaggio, ma il fatato amante la convinse a salire ugualmente a bordo. Un forte vento inizi a soffiare e la nave si stacc dalla riva.
Quando il vascello giunse a tre leghe dalla spiaggia, l'elfo abbatt i due alberi, facendo cos spezzare e affondare la nave, e richiudendo l'infedele donna in una tomba sul fondo gelido dell'oceano.
Lo spirito vendicativo di Amante Demoniaco, dopo tutto, era giustificabile in termini umani, poich il poveretto era stato vilmente tradito.
Tuttavia, nell'Europa settentrionale vivevano cavalieri elfici che avevano come unico compito e scopo la distruzione. Le fanciulle che entravano nei loro territori incantati divenivano vittime indifese di questi sovrannaturali amanti. Talora i cavalieri si limitavano a sedurre le fanciulle, ma a quei tempi per una donna la perdita dell'onore era una cosa molto seria, spesso fatale. Altre volte, invece, giungevano persino a uccidere le fanciulle dopo averle sedotte.
Fortunatamente, come narrano le antiche ballate dei popoli germanici, scandinavi e scozzesi, il potere di questi malefici cavalieri poteva essere talora contrastato con successo. Una donna che riusc a resistere al perverso potere dei cavalieri fu Isabel la Splendente, una creatura meravigliosa che visse alla corte del padre, nel nord della Scozia, molto tempo fa.
Una mattina del primo di maggio, Isabel sedeva sola nel suo salotto, intenta a ricamare. Improvvisamente ud fra le colline il suono di un corno elfico, cos dolce da non poter essere confuso con null'altro.
Il richiamo echeggi nell'aria primaverile, e la fanciulla depose l'ago. Nella sua mente prese forma una visione: un castello splendente con alte torri, laghi silenziosi e un cavaliere elfico in sella a un meraviglioso destriero.
Se potessi avere al mio fianco quel magnifico cavaliere sussurr Isabel, e non riusc a finire la frase.
Sapeva che il contatto con l'altro mondo poteva condurla alla morte e decise di non pensarci pi, ma, mentre stava per riprendere l'ago, un individuo dall'aspetto principesco apparve come per incanto nella corte sotto la finestra della fanciulla; cavalcava un meraviglioso stallone e conduceva un bellissimo palafreno. Alz la testa e sorrise alla fanciulla.
Isabel la Splendente inizi a dire. Mi hai chiamato e sono venuto al tuo cospetto. Vieni e cavalca con me nel verde bosco. Il palafreno si mosse e le campanelle sulla veste tintinnarono gradevolmente.
L'ago e il ricamo caddero a terra. Isabel corse gi per le scale di pietra sino a raggiungere il cortile. Senza parlare sal in sella al palafreno e, assieme all'elfo, si diressero rapidamente verso l'uscita.
Mentre cavalcavano sulle colline non si scambiarono neppure una parola. Infine giunsero a una foresta, e qui il cavaliere si arrest. Scese di sella e prese in mano le redini del palafreno.
Isabel la Splendente la invit smonta di sella. Sei finalmente giunta al palazzo dove ti attende la morte.
Lei lo guard strabiliata, e lui riprese i suoi modi cortesi e parl nuovamente.
In questo luogo ho ucciso sette principesse, figlie di re. Isabel la Splendente tu sarai l'ottava. La sua voce era gentile e i suoi occhi chiari e vuoti. Isabel scese di sella, apparentemente priva di volont. Poi, all'improvviso, si gett a terra, finse di inciampare e diede una botta al cavallo, che fugg spaventato nel bosco.
La fanciulla sorrise, chiese aiuto all'elfo tendendogli una delicata manina e, con voce suadente cerc di ingannarlo chiedendogli se poteva riposarsi prima di morire. Il cavaliere acconsent, e Isabel si sedette sull'erba del prato, tenendosi la testa fra le mani e sciogliendo i capelli. Nella sua mente, recitava un incantesimo, uno di quelli che sua madre era solita utilizzare per farla addormentare. Funzion anche questa volta, e l'elfo cadde in un sonno molto profondo.
La fanciulla attese per un attimo, poi si alz, apr la cintura del suo catturatore, e la leg attorno alle braccia all'altezza del gomito. Infine attese che l'effetto dell'incantesimo svanisse. Pass il tempo, e il cavaliere inizi a muoversi, sino a quando apr gli occhi e la fiss amabilmente. La fanciulla non attese oltre, e gli infil il pugnale nel cuore.
Il cavaliere non fece alcun rumore o lamento, quando la lama trapass il torace, ma i suoi occhi scintillarono come fuochi. Isabel attese sino a quando lo sguardo si calm, poi si avvicin.
Se hai ucciso sette figlie di re esclam  giusto che tu rimanga sdraiato qui come loro sposo. Si alz in piedi, volt le spalle all'agonizzante elfo e inizi a camminare verso casa. Qui termina la leggenda, cos come veniva narrata dagli scozzesi.
Tuttavia esistono anche altri casi, ben diversi da quelli narrati sinora, in cui non si tratt di temporanee e ingannevoli passioni, ma di veri e propri amori che sbocciarono fra umani e abitanti del reame fatato e che diedero grande gioia agli amanti.
Vi furono esseri umani che si innamorarono dei cigni, uccelli cos meravigliosi da essere ammirati fin dall'alba della nostra storia in ogni parte del mondo. Questa razza di meravigliosi volatili era amata dall'Irlanda alla Russia e si pensava che chiunque avesse ucciso un cigno avrebbe subito gravi sventure e una morte prematura. Questo accadeva perch i cigni erano creature di Faerie che dimoravano ne mondo dei mortali, come alcune persone ebbero modo di comprendere, con loro gioia, o dolore.
Un cronista norvegese narra di un cacciatore che, una volta, si trov al tramonto presso un lago di montagna. Qui ud aleggiare nell'aria un acuto trillo, il canto d'amore di un cigno che volava alto nel cielo.
Il cacciatore guard verso l'alto, sino a quando vide i bianchi uccelli, non pi grandi di fiocchi di neve, che si avvicinavano. Lentamente le loro dimensioni aumentarono, mentre scendevano verso terra.
Iniziarono a volare in cerchio sul lago, sfiorando ogni volta l'acqua, infine si posarono sulla superficie, inclinando il collo verso il basso, come se stessero riflettendo su qualcosa o parlassero fra loro. Mentre nuotavano qua e l, finirono per avvicinarsi al cacciatore, che attendeva stupito e ben nascosto tra i fitti alberi in riva al lago.
Come raggiunsero la riva, accadde qualcosa di incredibile: gli animali sembrarono risplendere alla luce del sole che tramontava e, come toccarono terra, iniziarono a camminare con una grazia che non era quella di un cigno, ma di una fanciulla. Abbandonarono la loro forma animale e si trasformarono in ragazze bellissime, che avevano delicate dita dove prima si trovavano le ali piumate.
Il cacciatore osservava rapito, mentre le fanciulle gettavano a terra i loro mantelli e danzavano con una grazia pari solamente a quella dei cigni. L'uomo non seppe mai dire con sicurezza quanto dur la magica danza, o quale tipo di musica suonasse nell'aria, ma quando la luna fu alta nel cielo le ragazze raccolsero i mantelli e si diressero nuovamente verso il lago, camminando affiancate due a due.
Come toccavano l'acqua, divenivano magnifici cigni che nuotavano sulla superficie verso la luna.
Conquistato dalla meravigliosa visione a cui aveva assistito, il cacciatore torn al lago le notti successive, ma per un mese non accadde nulla. Infine, quando la luna piena torn a splendere, lo stormo di cigni scese nuovamente sull'acqua e la magica danza delle ragazze si ripet identica, mentre lui continuava a osservare dal suo nascondiglio. Questa volta, per, si avvicin furtivamente alle danzatrici e, cercando di essere il pi silenzioso possibile, prese un mantello di penne fra quelli che si trovavano l vicino.
Quando la luna fu alta nel cielo, le fanciulle ripresero i mantelli e si avviarono verso il lago. L'ultima, per, rimase senza mantello, poich il cacciatore non lo aveva riposto dove lo aveva trovato. La fanciulla inizi a cercare ansiosamente, mentre le sue sorelle l'attendevano nervose sulla
riva. Il cacciatore usc dal suo nascondiglio e i cigni fuggirono, lasciandolo solo con la fatata fanciulla. Le tese la sua mano e lei, con fare sottomesso, la strinse.
Condusse la giovane alla sua casa, dove la vest con abiti femminili e, dopo poco tempo, la spos. Non gett mai via il fatato manto, ma lo custod in un baule. Era triste perch, anche se amava la donna e non il cigno, teneva in qualche modo imprigionata la bellissima fanciulla.
La donna divenne una moglie affabile ed esemplare. Diede al cacciatore e accud con amore una figlia meravigliosa, dotata per di una membrana semitrasparente che univa le dita dei piedi. Il cacciatore visse a lungo con la donna che non parl mai, e accett che si recasse spesso al lago dove l'aveva trovata. Dal canto suo, lei non entr mai nell'acqua. In primavera e in autunno, quando le grida dei cigni echeggiavano nei cieli, i suoi occhi si riempivano di lacrime . Il marito, consapevole del suo dolore, cercava di confortarla donandole il suo amore mortale.
Trascorsero gli anni e il cacciatore fin per dimenticarsi del mantello fatato. Tutto gli torn alla memoria un giorno, quando per caso apr il baule che lo custodiva. Anche la sposa lo vide ma, come sempre, non disse nulla. Cullando la figlia fra le braccia, continu a osservare il marito mentre chiudeva il baule e nascondeva la chiave.
La donna scomparve la successiva notte di luna piena. Il marito, tornando a casa, trov il fuoco non acceso e la figlia che giocava da sola sul pavimento, rovistando nel baule aperto e vuoto. Pochi istanti dopo, ud la magica musica dei cigni e, quando prese la figlia in braccio e raggiunse la porta, li vide che volavano. Girarono attorno alla casa per tre volte, poi si diressero lontano.
Da allora il cacciatore visse solo con la figlia. Non si spos pi, perch nessuna donna mortale poteva competere con la sua sposa fatata.
La fanciulla aveva ricambiato l'amore del cacciatore, ma era una creatura dalla natura selvaggia e mutevole, ed era stata imprigionata contro la sua volont. Non appena aveva avuto l'occasione, era tornata fra la sua gente.
Cose di questo genere accadevano spesso, quando si aveva a che fare con queste creature selvatiche. Nello Shropshire si narra la vicenda di un cavaliere che scopr a sue spese cosa significava catturare una sposa appartenente al popolo fatato. Il nome del cavaliere era Edric, e quella che segue  la sua storia.
Uscito un pomeriggio per cacciare, Edric smarr la strada e si perse nel bosco.
Cadde la notte, e lo sfortunato cavalc per ore al buio. Infine, raggiunse un palazzo illuminato dalle luci di una festa in corso. Attraverso le finestre si potevano vedere fanciulle che danzavano: erano pi alte e ben pi belle di quanto potrebbe mai essere una donna mortale, e una di queste superava di molto le altre. Edric, sopraffatto dalla passione, entr con decisione nel palazzo e la rap davanti alle sue sorelle, bench lei cercasse di difendersi come meglio poteva.
Al mattino il cavaliere raggiunse il Castel lo con la sua preda, ma non riusc a ottenere n uno sguardo n una parola da lei. Passarono tre giorni e tre notti, poi la fanciulla si volt verso di lui e gli disse: M'hai catturato perch diventi tua moglie, e
io devo obbedirti. Sappi per che, se mai nominerai le mie sorelle o il luogo in cui vivevo, otterr immediatamente la libert e tu perderai la tua fortuna... e la tua vita.
La fanciulla fatata rimase cos con Edric come moglie. Ogni tanto scompariva, ma il cavaliere lo sopportava con pazienza, poich alla fine tornava sempre al castello. Un giorno, geloso della sua assenza, la rimprover al suo rientro, dicendole che le stava a cuore pi il benessere delle sorelle che quello di suo marito.
La fanciulla scomparve in un istante, avendo riguadagnato la sua libert, e si narra che, quando Edric mor, lei torn per reclamare la sua anima. Condannato a un'esistenza senza mai riposo in Faerie, guid pi volte una schiera fatata attraverso l'Inghilterra, stupendo chiunque lo vedesse con il suo portamento marziale.
Alcune creature fatate, per, furono meno attaccate al loro mondo rispetto alla moglie di Edric, e amarono spontaneamente creature mortali. Vennero per imposte particolari condizioni ai matrimoni, che come simbolici riti servivano a enfatizzare il carattere alieno di uno dei due sposi. Un mortale che sposava una donna di Faerie, per esempio, non poteva toccarla con il ferro (da sempre un terribile anatema per il popolo fatato, anche se tutti ne ignorano il motivo), oppure non poteva parlare delle sue origini fatate, come accadde per la moglie di Edric, e neppure farvi un veloce accenno. Questi rituali erano densi di potere arcano e una creatura fatata poteva rimanere nel mondo dei mortali solamente se li rispettava.
Il signore del castello di Argouges in Francia, per esempio, amava una donna del popolo fatato che ricambiava i suoi sentimenti ed era pronta anche a sposarlo, purch il nobile non menzionasse mai la parola morte in sua presenza. A prima vista sembrava un'impresa facile, e l'unione fra i due innamorati fu felice e dur per molti anni, durante i quali la sposa partor numerosi bambini. Un brutto giorno la donna fatata, che era una creatura alquanto frivola, impieg pi tempo del previsto per abbigliarsi, e raggiunse il marito con un notevole ritardo. Quando, infine, arriv nella grande sala del castello, il suo sposo, infuriato per la perdita di tempo, cit imprudentemente un proverbio molto noto in quell'epoca.
Signora esclam saresti un ottimo messaggero per andare a prendere la morte, perch lasceresti a tutti i condannati il tempo di concludere i loro affari.
Non appena termin la frase, la donna si fece diafana, e in un attimo svan. Il marito la cerc a lungo, ma l'unica traccia che riusc a trovare fu l'impronta della sua mano sulla porta del castello.
Erano cose che accadevano spesso: il prezzo da pagare perch si potessero amare creature appartenenti a due mondi diversi, per quanto piccolo, era spesso pi gravoso di quanto un mortale riuscisse a sopportare. Nonostante questo, il breve amore che scaturiva da una simile esperienza era cos intenso che rimaneva nel ricordo della gente anche per secoli, come ci narra una leggenda gallese.
Presso le Montagne Nere del Galles c'era un piccolo lago chiamato Llyn y Fan Fach, e un contadino della regione era solito condurre i suoi armenti a brucare l'erba vicino alle sue sponde. Una mattina, mentre sorvegliava l'armento al pascolo, ebbe una strana visione: la superficie nebbiosa del
lago si illumin improvvisamente di una penetrante luce dorata. Come sorse il sole e la nebbia si dilegu davanti ai suoi raggi, la visione divenne molto pi reale: sulla superficie del lago sedeva una meravigliosa fanciulla. Aveva la testa chinata, in maniera tale da poter utilizzare la superficie dell'acqua come specchio mentre si pettinava i biondi capelli. Il contadino si mosse, e la fanciulla sollev il capo per osservarlo. Quando vide l'alto e prestante giovane sulla riva, gli sorrise con infinita dolcezza.
Il contadino era come stregato: comprese che quel luogo era un lago fatato, abitato da una Qwragedd Annwfn, dove, contrariamente ad altri luoghi abitati da spiriti malvagi, era possibile che un essere umano provasse una grande gioia. Il cuore batteva all'impazzata e le mani tremavano davanti a una bellezza cos ultraterrena, mentre il contadino tendeva la mano verso di lei, invitandola ad attraversare l'acqua per raggiungerlo. Le offr l'unico dono che aveva con s: un tozzo di pane, il tipico cibo di un mortale.
Lei scosse la testa in un gesto di diniego. Il tuo pane  troppo duro per me si giustific, ma gli sorrise dolcemente ancora una volta prima di immergersi nel lago e scomparire alla sua vista. In un attimo rimase solamente una nuvola dorata a testimoniare che una creatura fatata era stata in quel luogo.
Il contadino torn il giorno seguente e la vide che camminava sulle onde. Le offr un tozzo di pane fresco, ma lei rifiut, sostenendo che era troppo soffice. Poi, dopo un altro sorriso, torn a tuffarsi sott'acqua.
Il terzo giorno, il giovane torn in riva al lago, portando con s un pane non troppo cotto n troppo morbido. Ricordava infatti che solamente una via di mezzo, poco definibile, poteva soddisfare i desideri di una creatura fatata. La superficie del lago, al suo arrivo, era deserta; come per mostr il suo dono, emerse dalle acque un vecchio uomo, di grande statura, con una fluente barba. Ai suoi fianchi si trovavano due fanciulle d'oro.
Il vecchio osserv impassibile il contadino e disse: Potrai avere la fanciulla che desideri, a patto che tu mi dica quale  delle mie due figlie.
Era come un indovinello di quelli che venivano imposti ai futuri sposi, ma infinitamente pi arduo da risolvere: le due fanciulle, infatti, si assomigliavano come gocce d'acqua.
Le studi attentamente, cercando un elemento che potesse aiutarlo nella scelta. Osserv i capelli, i volti e le spalle, e li trov perfettamente uguali. Il suo sguardo corse poi alla superficie dell'acqua, dove i bordi degli abiti ondeggiavano sulle delicate onde. Sotto la veste, una delle due fanciulle calzava un paio di scarpe che il giovane conosceva molto bene. Fece quindi sicuro la sua scelta.
Hai scelto saggiamente concluse il vecchio.  la fanciulla che ami, e puoi averla come sposa. Ricorda per di trattarla gentilmente. Se tu la percuoterai senza motivo per tre volte, torner immediatamente da me. Il contadino diede la sua parola che l'avrebbe trattata gentilmente, e il vecchio torn sott'acqua assieme all'altra figlia.
Leggera come una libellula, la Qwragedd Annwfn scivol sull'acqua sino a raggiungere la riva, e corse fra le braccia del marito, sorridendo dolcemente.
I due si sposarono, vissero felici per molti anni e la fanciulla fatata gli diede tre
meravigliosi figli. In et adulta, divennero tre medici dotati di incredibile abilit.
La donna fatata, per, aveva alcune abitudini quanto meno eccentriche, che finivano per disturbare la felice vita in famiglia del contadino. Talora sembrava che cadesse in trance, oppure parlava con qualcuno che nessun altro era in grado di vedere.
Accadde, per, che nel corso del battesimo di un loro vicino di casa, la fatata moglie pianse per tutto il tempo. Per un abitante di Faerie, un battesimo era un evento triste: l'imposizione del nome recideva ogni collegamento dell'infante con l'altro mondo.
Il contadino non comprese questo suo stato d'animo e, per riprenderla, alla fine del battesimo la colp lievemente a un braccio con le dita.
Questa  la prima percossa disse semplicemente la donna.
Tempo dopo si recarono a un matrimonio e, mentre tutti erano felici, lei pianse. Poi andarono a un funerale, e la donna rise. Sapeva infatti che la gioia e il dolore sono due facce della stessa medaglia, che possono andare mano nella mano in ogni occasione, e non era abbastanza umana da sapere che certi atteggiamenti potevano essere male interpretati. Il contadino, per, sapeva solo che la moglie gli aveva fatto fare una brutta figura. Dopo il matrimonio, la rimprover e, preso dall'ira, la colp.
Questa  la seconda percossa gli ricord la donna fatata. Trattami con maggiore garbo, se vuoi che resti con te. Ancora una volta, per, il contadino scord l'avvertimento e, dopo il funerale, le diede un altro colpo.
Marito mio mi hai colpito per la terza volta esclam la moglie. Ora devo tornare da mio padre nelle profondit del lago. Guard per l'ultima volta il marito che l'aveva tradita e pianse a lungo.
Il contadino comprese cosa aveva fatto e quale era il prezzo che doveva pagare. Amare lacrime caddero sulle sue gote mentre osservava la moglie che usciva di casa e attraversava il prato per tornare al lago dove l'aveva incontrata tanti anni prima.
Non rivide mai pi la moglie e visse da solo fino alla morte, ma si narra che la donna incantata visit pi volte i figli finch furono giovani e scomparve definitivamente solo dopo che l'ultimo raggiunse la piena maturit.
Situazioni analoghe capitarono anche a donne che sposarono uomini appartenenti al popolo fatato. I severi riti che governavano i matrimoni con gli elfi vennero praticamente sempre infranti dalle spose umane, per curiosit, per stupidit, per mancanza di fiducia o a seguito di sotterfugi o inganni. Forse questo avveniva perch  nel destino degli esseri umani che a un periodo di gioia ne debba seguire uno di tristezza o di dolore. E come la storia della bella Melusine racconta, la sventura di un matrimonio fatato pu durare per generazioni, al contrario della breve e fugace gioia che arriva immediatamente e svanisce presto.
Prima di narrare la storia di Melusine  necessario iniziare con la nascita della fatata creatura e la tristezza dei suoi primi anni. Melusine era in effetti un elfo a met, figlia di una fata delle fontane di nome Pressina e di Elinus, un sovrano dell'antica Scozia. Pressina aveva accettato di sposare Elinus solo se questi avesse acconsentito a rispettare le severe norme che regolano un matrimonio con gli elfi.
In questo caso c'era un'unica prescrizione: il marito non avrebbe mai dovuto vederla in travaglio.
Elinus viol il patto il giorno in cui Pressina diede alla luce tre magnifiche gemelle, Melusine, Melior e Piantina. La sposa prese con s le figlie e si rec su un'isola incantata che, secondo alcuni storici, corrisponderebbe ad Avalon.
Passarono gli anni e le figlie crebbero. Un giorno la madre raccont loro la storia di Elinus e del voto violato; mentre parlava, piangeva ricordando il perduto amore. Quando raggiunsero l'et adulta, le tre giovani donne decisero di vendicarsi.
Riuscirono ad attirare il padre in una caverna delle montagne della Northumbria e, tessendo una fitta rete di incantesimi, bloccarono l'ingresso e lasciarono il sovrano prigioniero dell'oscurit a vita.
Quando Pressina apprese cosa avevano fatto, si adir con loro e decise di punirle in modo esemplare. Il destino delle sorelle Piantina e Melior non interessano questa storia, mentre  molto importante quello che accadde a Melusine, la pi saggia e carismatica delle tre. La madre maled la figlia, condannandola ogni sabato a trasformarsi, dalla vita ai piedi, in un disgustoso serpente e a rimanere in tali sembianze per le successive ventiquattro ore. Era destinata, continu terribile la madre, a non conoscere le gioie dell'amore, a meno che non riuscisse a nascondere la sua periodica trasformazione, trovando un innamorato disposto a non andarla a trovare in quei particolari giorni. Se questi per avesse accettato e poi avesse rotto il giuramento, concluse implacabile la donna, Melusine avrebbe passato l'eternit come una creatura alata, mezza donna e mezza serpente, in perpetua sofferenza.
La storia del matrimonio di Melusine inizi nell'assolata Francia occidentale, dove la fatata fanciulla si era recata per sorvegliare una fontana nella foresta chiamata talora Fontana della Sete e talora Lusinia. Secondo altri storici, fu la madre a inviarla a svolgere questo compito. Melusine attese con cura al suo compito, visitata ogni tanto dalle creature di Faerie che vivevano nella foresta. Trascorreva quasi tutto il tempo bagnandosi nelle pure acque della fontana e cantando meravigliose e dolcissime canzoni. Al sabato, si portava fra gli alberi della foresta per nascondere gli effetti della terribile punizione ricevuta e non spaventare gli eventuali viandanti che potevano passare in quel luogo.
Nessuno si fece vivo per molti mesi, ma un bel giorno un giovane giunse nella radura. Osserv la fontana e ud le melodiose armonie della sua acqua che ricadeva a terra.
Presso la fontana, semi nascosta fra le frondose piante, vide Melusine e ascolt le sue dolci canzoni.
Fu subito incantato dalla meravigliosa fanciulla che, dal canto suo, inizi a balbettare e a maledire silenziosamente la sua terribile punizione.
Il giovane le si avvicin, si inginocchi davanti a lei e parl cos dolcemente che riusc a calmarla. Seppe quindi che era una fata delle fontane e le offr il suo amore, chiedendola in sposa.
Melusine accett e, con qualche esitazione, gli spieg che esisteva una precisa condizione per sposarsi: non potendo entrare nei dettagli, si limit ad affermare che doveva essere lasciata assolutamente sola tutti i sabati. Il giovane era di animo nobile
e generoso, e non ebbe difficolt ad acconsentire alla richiesta di lei.
I cronisti affermano che da questa unione ebbe origine la casata dei Lusignan. Melusine era discendente di conti e re e lo sposo umano era Raymond, figlio del conte di Forez. Il matrimonio venne celebrato con grande solennit e fu apportatore di fortuna. Dopo la cerimonia iniziarono a costruire la fortezza dei Lusignan, presso Poitou. Alcuni affermarono che fu edificata in tre sole notti grazie a un aiuto del popolo fatato, ma sembrava gi allora una notizia poco credibile. Altri cronisti, invece, sostennero che il nome sia derivato da quello della fontana, Lusinia, e questa voce  ancor oggi molto accreditata.
Qualunque sia la verit, la fortezza sorse alta e possente sulla montagna, circondata di torri e splendente come l'oro. All'interno era possibile trovare tutte le comodit tipiche di un nobile palazzo di quell'epoca: i muri, per esempio, erano dipinti con uno stile chiamato mille-fleurs, o millefiori, e i pavimenti erano ricoperti da meravigliosi tappeti, di cos fine fattura da poter essere stati tessuti solamente dal popolo di Faerie. Raymond assunse quindi il titolo di Signore di Lusignan.
Vissero felici per molti anni. Melusine era fresca e ridente come la fontana dove era stata vista per la prima volta, e la gioia e la felicit dimorarono a lungo nella fortezza dove i due si amavano. Per tutti questi anni Raymond rispett il voto fatto alla moglie: ogni venerd, poco prima di mezzanotte, lasciava Melusine sola nella stanza in cima alla torre, e tornava da lei solo dopo
che le campane avevano battuto la successiva mezzanotte.
L'unica loro ragione di tristezza erano i bambini. Forse come conseguenza della maledizione materna, Melusine partor solamente figli maschi con malformazioni. Il primo aveva un occhio rosso e uno azzurro: il problema non era serio, ma era un chiaro segno del sangue del popolo fatato. Il secondo aveva il volto rosso come il fuoco, mentre il terzo aveva un occhio collocato pi in basso dell'altro. Il quarto bimbo nacque con il segno di un'orribile cicatrice su una guancia, come se fosse stato colpito dagli artigli di un leone, e il quinto aveva un solo occhio. Il sesto aveva le zanne che uscivano dalle labbra, come un cinghiale, e fu chiamato Geoffrey au Grand Dent, ovvero Goffredo dai Lunghi Denti. Fu seguito da un fratello, chiamato Fromont, che aveva un vero e proprio cespuglio di peli sul naso, e da un fratello con tre occhi. Gli ultimi due erano bimbi perfettamente normali.
Mentre Melusine continuava a partorire bambini deformi, si inizi a mormorare dapprima fra le dame di compagnia, poi nei corridoi del palazzo e, infine, in tutta la zona. Voci malvagie sostennero che il sangue fatato stava distruggendo i mortali; altri invece affermavano che Melusine partoriva solo esseri deformi, e quindi demoniaci, perch ogni sabato, quando veniva lasciata da sola, commetteva innominabili adulteri.
Raymond, disperato per quanto era accaduto ai figli, prest infine orecchio alle dicerie e infranse il voto fatto alla moglie. Un venerd sera finse di allontanarsi, ma si nascose invece in un luogo segreto da cui poteva vedere bene tutta la stanza, non fu un'impresa ardua, perch Melusine si fidava di lui e quindi non utilizzava chiavi o lucchetti di alcun genere.
Ci che il nobile vide quella notte lasci nel suo spirito un'impronta indelebile. La
donna si rec nel bagno e attese. Le spalle, le braccia e il volto erano pallide e meravigliose come sempre, ma dalla cintola ai piedi il corpo inizi a trasformarsi, sino a divenire quello di uno scaglioso e iridescente rettile. Melusine rest nella vasca da bagno per tutto il giorno, con gli occhi chiusi, mentre saltuariamente una lunga e biforcuta lingua saettava dalla sua bocca, mentre emetteva sibili soffocati. Raymond si allontan in silenzio e non disse nulla, poich sapeva di aver tradito la donna che aveva amato e che amava ancora.
Tutto avrebbe potuto continuare tranquillamente in questo modo, ciascuno con il suo segreto, ma intervenne Geoffrey au Grand Dent. Violento e furioso come l'animale a cui assomigliava, coron una lunga serie di brutalit e omicidi mettendo a ferro e fuoco il monastero in cui il fratello Fromont si era ritirato. La sua furia caus la morte di un centinaio di poveri monaci.
La notizia del massacro raggiunse Raymond mentre sedeva a fianco della moglie nella sua stanza e con loro c'erano numerosi cortigiani.
Disperato, il nobile si volse verso la fata e le grid Vattene, maledetto serpente, contaminatrice dei miei figli.
Il colore le scomparve dal volto. Cadde sul pavimento e subito i cortigiani si radunarono attorno a lei per soccorrerla. Quando rinvenne, i suoi occhi erano colmi di lacrime per il tradimento subito. Si diresse verso una finestra aperta e pos un piede sul davanzale. Alcuni cronisti affermano che l'impronta rimase per secoli. Dopo aver guardato per l'ultima volta il marito, si lanci nel vuoto. I cortigiani corsero alla finestra, ma nessun corpo giaceva sfracellato sulle pietre del sottostante cortile.
Attesero in silenzio, poi udirono un disperato grido e videro le scintillanti scaglie della creatura alata, che gir per tre volte attorno al castello e infine scomparve.

Raymond si allontan dalla sala del trono. Divenne un eremita e pass il resto della sua vita lontano dalle corti e dai campi di battaglia, dedicandosi solamente a un'ascetica contemplazione. Si racconta che Melusine tornasse segretamente di notte a Lusignan per nutrire i due ultimi figli, che sopravvissero solamente grazie alle sue tenere cure, nessuno pot confermare o smentire queste voci ma, nei successivi secoli, ogni venerd precedente al giorno in cui mor il signore di Lusignan, un gigantesco serpente alato fu visto volare sopra gli spalti della fortezza. Fu questo il modo di subire la punizione che la giovane aveva ricevuto dalla vendicativa madre.
Cos, ancora una volta, fall un'unione fra un mortale e un abitante del magico reame di Faerie. Ancora una volta, un matrimonio fra persone appartenenti a due diversi mondi fin in tragedia, non era la prima volta, e non sarebbe stata certamente l'ultima. Fino a quando le fate assunsero una forma umana, il loro amore fu breve, intenso e tragico. La cosa non deve stupirci: i mortali, legati a una vita terrena da solidissime catene, vedevano in queste creature una sorta di speranza di immortalit, e i dolci e galanti modi degli abitanti del reame incantato sovente alimentarono questo modo di pensare. Le ricompense, talora, valevano i terribili rischi che dovevano correre. Persino alla fine del suo tempo, quando il popolo fatato non sopport pi la compagnia degli esseri umani, qualcuno di essi riusc a donare al nostro mondo qualche scintilla di gioia ultraterrena, che la tradizione ha riportato sino a noi.
Le spire di una moglie serpente.
Gli antichi cronisti narrano di creature fatate chiamate Lamia che erano solite apparire sotto sembianze terrificanti, come enormi serpenti o mostruose creature con zanne e scaglie. Questi esseri fatati erano per veramente pericolosi quando assumevano le sembianze di bellissime fanciulle. Bench la loro natura le portasse a cercare l'amore degli uomini, rappresentavano il lato oscuro e mortale della popolazione di Faerie.
 Una volta, presso Corinto, un giovane chiamato Licius incontr una donna cos bella e aggraziata da conquistarlo in un istante. Lei gli sorrise con fare adorante e non pass molto tempo che divenne la sua donna. Le ore trascorse assieme erano talmente piene di gioia che Licius, un giorno, decise di sposarla.
 Organizz una meravigliosa festa di nozze, ma al culmine della cerimonia, not che la moglie era divenuta pallida e assente. Continuava a tremare incessantemente e il suo respiro era divenuto una serie di piccoli sospiri sibilanti. Quando le s avvicin, la donna con un gesto gli chiese di tornare fra gli invitati, indicandogli un vecchio che presenziava la cerimonia. Era il precettore di Licius, un filosofo che lo aveva guidato e cresciuto come se fosse un figlio. Ora il suo sguardo era fisso sulla donna e la sua espressione era tetra.
 Alla fine l'anziano precettore chiam Licius e gli disse: Non avrei mai pensato che avresti preso per moglie un serpente. Morirai sicuramente fra le sue spire.
 Un ululato di dolore percorse l'intera sala gremita di gente. La donna cadde a terra e, in pochi istanti, tutti videro che scompariva, lasciando al suo posto una creatura con scaglie verdi, dorate e color zaffiro. SI era trasformata in un gigantesco serpente!
 Troppo tardi il filosofo aveva compreso la reale minaccia: Licius mor all'istante e il suo abito nuziale divenne il suo sudario.
 
Il campione degli elfi
Se le antiche leggende dicono la verit, alcuni elfi giunsero nel nostro mondo per aiutare i mortali indifesi. Questi individui talora si sposavano con uomini e donne della nostra specie. Il loro destino, per, era spesso determinato dalla fragilit umana e dai suoi errori. Una leggenda narra le gesta del Cavaliere del Cigno.
 Nelle Fiandre accadde che Elsam, una giovane ereditiera rimasta orfana, fosse affidata alla tutela di un cavaliere chiamato Telramund. Questi era un individuo privo di scrupoli che, per ereditare anche le terre della giovane, decise di sposarla. Dichiar quindi che la fanciulla gli aveva concesso la mano. Lei, invece, lo contraddisse pubblicamente e lo rifiut.
 Alla fine la questione giunse davanti all'imperatore tedesco ad Antwerp, che decise che tutto si sarebbe risolto con un giudizio divino. Telramund avrebbe dovuto combattere il campione di Elsam, ammesso che qualcuno avesse accettato di rivestire un tale ruolo.
 In quel momento nel castello del Qraal, che si trovava assai lontano sull'isola di Monsalvach, le campane iniziarono a suonare. I cavalieri si riunirono e uno di essi part.
Il giorno prescritto, la corte si riun presso le rive del fiume Schelda. L'araldo chiam a voce alta un campione. Quando il suono della sua tromba si spense, una nave trainata da cigni giunse dal fiume. Veniva da Monsalvach e portava a bordo il cavaliere che avrebbe difeso l'onore della fanciulla. I due avversari combatterono per tutto il pomeriggio, le loro armi cozzarono duramente contro gli scudi. Alla sera, il Cavaliere del Cigno sferr un colpo mortale a Telramund, che cadde esanime al suolo.
 Elsam spos il valoroso campione e visse felice al suo fianco per molti anni. L'unica pecca nella loro unione era la condizione posta dall'elfo, che le aveva intimato di non chiedergli mai le sue origini. Alla fine, per, la curiosit della donna ebbe il sopravvento e la fatale domanda venne posta. Il cavaliere si rattrist e, lentamente, torn sulla riva della Schelda, dove la magica nave era giunta per accoglierlo e riportarlo alla sua terra natia. Sal triste a bordo e, appoggiato allo scudo, continu a fissare la riva, sino a quando Elsam scomparve per sempre dalla sua vista.

Lamante Segreto.
I menestrelli della Bretagna cantavano la storia d'amore di un cavaliere elfico e di una donna mortale. Tanto tempo fa, narra la leggenda, viveva un signore povero di spirito che traeva gioia solamente dalla caccia e dalle uccisioni. Quando divenne anziano, decise di prendere moglie. Il suo denaro gli permise di ottenere una giovane fanciulla di buona famiglia, cos tenera e gioviale che il signore la rinchiuse in una torre e la fece sorvegliare dalle guardie, per evitare che pretendenti pi giovani potessero portargliela via.
Per sette anni la giovane moglie langu nella torre, mentre la sua solitudine veniva interrotta solamente dalle periodiche visite del vecchio marito. Da questa infelice unione non nacque alcun bimbo; dal dolore,
la donna cominci a deperire e si ammal gravemente. Sola nella torre, sognava le dame che si trovavano alla corte paterna con i loro amabili cavalieri, e chiedeva di poter amare qualcuno che avrebbe ricambiato il suo amore. Infine una mattina, mentre il sole illuminava l'intera stanza, desider intensamente una persona che potesse riscaldare con la sua presenza quella fredda prigione. Un falcone si pos sul davanzale. Quando la donna vide l'uccello, questi sembr scomparire nell'aria luminosa. Al suo posto, c'era un bellissimo uomo in piedi davanti a lei. Non aver paura le disse questi gentilmente. Le raccont che, in un altro paese, era un principe: il suo desiderio di trovare qualcuno in grado di amarla, lo aveva attirato nella torre. La giovane donna si innamor perdutamente del principe e lo chiam ogni volta che poteva; lui venne sempre dalla sua terra e la fanciulla rifior come per magia. Il vecchio signore, per, si accorse della sua strana felicit e diede
l'incarico di spiarla in segreto. Quando i suoi informatori gli rivelarono la storia del falco-principe, decise di tendere una trappola. All'alba del giorno successivo la signora chiam il suo amante, ma ud solamente il fruscio delle ali e un acuto grido: il volatile grondava sangue, poich si era impalato sulle acuminate lance che erano state occultate presso il davanzale della finestra. Infine riusc a liberarsi e, lentamente, vol verso casa. Senza pensarci, la donna salt dal balcone; era cos sconvolta che non temeva neppure di cadere, e si^ mise a seguire la traccia di sangue. Correndo e a volte camminando, attravers campi e foreste sino a raggiungere una caverna dentro una collina. Percorse un sentiero ed emerse in una terra fatata, davanti a una citt cinta da alte mura. La percorse e trov le strade deserte e silenziose; tutta la popolazione si era chiusa in casa, poich il principe stava morendo. Quando giunse al suo capezzale, gli occhi del morente la fissarono e brillarono di gioia. Le disse commosso che lei stava portando in grembo il loro figlio, che un giorno avrebbe governato quella terra. Per proteggerla dal vendicativo marito, le infil al dito un magico anello che avrebbe confuso i ricordi del vecchio. Poco prima di morire, il principe don alla fanciulla anche la sua spada ingioiellata, perch la trasmettesse in eredit al figlio, che un giorno lo avrebbe vendicato. Tutto avvenne come il morente aveva previsto. Passarono gli anni, il figlio divenne un uomo e uccise il vecchio marito della madre con la spada donatagli dal padre.

Una Magica Prova d'Amore.

Nel tempo in cui re Art teneva la sua corte a Caerleon, la sua irrequieta regina Ginevra era solita rimirare i giovani
 e prestanti cavalieri del suo seguito. Un cavaliere di nome ' Launfal, per, non aveva alcuna intenzione di cedere al corteggiamento della donna, anche a costo di rischiare la vita con un netto rifiuto. Il suo cuore, infatti, era da tempo colmo d'amore per una donna del popolo fatato che aveva incontrato in una foresta. Ecco come era avvenuto l'incontro. Solo e triste, il giovane cavaliere si aggirava per la foresta un mezzogiorno d'estate. Dopo aver cavalcato a lungo, scese di sella, si sdrai su un verde prato e chiuse gli occhi, crogiolandosi al sole. Poco dopo, ud un soffuso coro di dolci voci che parlavano vicino a lui. Apr gli occhi e vide due splendide fanciulle dai capelli d'oro che lo fissavano. Si alz immediatamente e segu le due donne fra gli alberi, sino a raggiungere una radura piena di fiori, al centro della quale era stato eretto un padiglione di preziosissima seta, ornato con rose e sovrastato da una gigantesca aquila d'oro massiccio.
In questo luogo incontr una dama bellissima. La fanciulla gli diede il benvenuto, con una voce dolcissima,e gli tese la mano. Quando le mani si toccarono, l'amore sbocci all'istante fra i due. Launfal le chiese se poteva rimanere con lui per sempre, ma la dama disse che non era possibile: era una fata, mentre lui era un mortale. Poteva apparire quando lui la desiderava, ma solamente ad alcune condizioni: non avrebbe mai dovuto parlare di lei, e non poteva mai evocarla quando erano presenti altri esseri umani, nel momento in cui fosse stata rivelata la sua esistenza, sarebbe scomparsa per sempre in una lontana terra. Infine gli rivel il suo nome: si chiamava Tyramour, prova d'amore.
Launfal accett le condizioni poste dalla fanciulla. Quando torn a Caerleon, era molto cambiato. Alla notte rimaneva sempre da solo e invocava Tyramour, che prontamente lo raggiungeva, mentre il giorno dopo era sempre felice e spensierato. La regina non poteva restare all'oscuro di questa strana faccenda, e cerc di capire perch non riusciva a fare breccia nel cuore del cavaliere. Cos la sera convoc Launfal.
Il cavaliere trov la regina in un riparato e oscuro giardino del palazzo reale, e lei venne subito al punto: le aveva toccato il cuore e desiderava averlo come amante. Irremovibile nelle sue decisioni, Launfal declin con cortesia l'invito.
La regina, indispettita e ferita nel suo orgoglio, grid allora: Non sei un uomo degno dell'amore di una donna!.
Mia regina replic il cavaliere. Sono innamorato di una donna di cos grande bellezza che al suo confronto anche la tua, pur essendo nota in tutto il regno, scompare.
Non solo era un chiaro insulto, ma aveva anche commesso un tragico errore: aveva infatti rivelato l'esistenza della dama fatata, chiudendo cos le porte che separavano il nostro mondo dal reame fatato. Agitando le braccia e imprecando contro di lui, Ginevra si allontan, e Launfal se ne and triste nelle sue stanze.
Aveva tradito la fiducia di Tyramour, e ora lei non poteva pi raggiungerlo.
Al mattino, un pugno guantato di ferro buss alla sua porta. Launfal venne arrestato e condotto davanti a re Art per un motivo che ben presto gli fu chiaro. Ginevra aveva detto al re che il cavaliere aveva cercato di violentarla. Lei si era opposta e lui, infuriato, l'aveva insultata paragonandola a una strega.
La pena per questo duplice reato era la morte, ma i cavalieri del re non credettero realmente alla storia della regina, perch conoscevano bene i suoi appetiti e cosa realmente facesse quando il re non era presente. Cercarono di difendere Launfal, ma riuscirono solamente a concedergli un anno per condurre la sua dama alla presenza del re, perch tutti potessero confrontare la sua bellezza con quella della regina, e vedere se aveva mentito. Era una cosa che Launfal non poteva fare, poich aveva infranto il suo voto. Alla fine del tempo prescritto, scese nel cortile del
palazzo reale, con il capo chino e pronto a morire sul rogo.
Prima che la pira potesse essere accesa, un freddo vento raggel tutti i presenti. Portava con s il profumo dei fiori e, attraverso la porta, giunse improvvisamente Tyramour, a cavallo di un palafreno candido come la neve. I suoi capelli erano pi luminosi dell'oro, le gote erano meravigliose e il corpo era avvolto in un abito che sembrava tessuto con i raggi del sole. Sorrise a Launfal e, senza profferire una parola, si volse verso il re e la corte. Ovunque cal il silenzio.
Infine re Art prese la parola: Se tu sei la dama di Launfal esord, nessuno pu imputargli di aver mentito. Da ora lo dichiaro libero.
I cavalieri recisero immediatamente le corde che lo imprigionavano. Senza guardarsi indietro, Launfal attravers la corte sino a raggiungere la dama fatata e sal in sella dietro di lei. I due cavalcarono fuori dal castello, e scomparvero in lontananza.
Tyramour non fu mai pi rivista da un mortale. Si narra che avesse portato il suo amato oltre il mare, per vivere con lui nella magica isola di Avalon, dalla quale nessun essere fatato pu mai tornare. Launfal, invece, riapparve ogni anno nella foresta vicino a Caerleon, proprio il giorno in cui si era allontanato. Era una figura oscura nella pallida luce del tramonto, in sella a un magnifico destriero. Cavalcava da solo, per gettare uno sguardo sul mondo dei mortali a cui aveva per sempre rinunciato.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Si ringraziano le persone e istituzioni di seguito elencate per il prezioso aiuto: Francois Avril, Chief Curator, Bibliothque Nationale, Parigi; Stella Beddoe, Art Gallery and Museum, Brighton, Inghilterra; M. Begg, National Library of Scotland, Edimburgo; Mary Bennett, Keeper of British Art, Walker Art Gallery, Liverpool; Barbara Blank, New York City; Jean Loup Charmet, Parigi; Christopher Wood Gallery, Londra; Ann Cruikshank, Professor of Fine Art, Trinity College, Dublino; Anne Donald, Keeper of Fine Art, Glasgow; Dr. Michael Droller, Baltimora; Frances Dunkels, Department of Prints and Drawings, British Museum, Londra; Clark Evans, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D. C; Hillary Evans, Londra; Mary Evans, Londra; Antonio Faeti, Bologna; Folk-Lore Society, Londra; Henry Ford, Maas Gallery, Londra; Martin Forrest, Bourne Fine Art, Edimburgo; Jacqueline Fowler, Stamford, Connecticut;
Marielise Gpel, Archiv fur Kunst und Geschichte, Berlino; Francis Green-acre, Curator of Fine Art, City of Bristol Museum and Art Gallery; Jocelyn Grigg, Curator, Mackintosh Collection, Glasgow School of Art, Scozia; Robin Gwyndaf, Welsh Folk Museum, Cardiff; Michael Heseltine, Sotheby Parke Bernet and Co., Londra; Anthony Hobson, Moreton Morrell, Inghilterra; Christine Hoffman, Bayerische Staatgemaeldesammlungen, Monaco; Brian Kennedy, Ulster Museum, Belfast; Heidi Klein, Bildarchiv Preussischer Kulturbesitz, Berlino; L. Lambourne, Victoria and Albert Museum, Londra; Franoise Lemmon-nier, Bibliothque Nationale, Parigi; Sheila MacGregor, Keeper of Fine Art, Atkinson Art Gallery, Southport, Inghilterra; C Lloyd Morgan, National Library of Wales, Cardiff; Alice Munro-Faure, Sotheby Parke Bernet and Co., Londra; Maureen Park, Glasgow Art Gallery and Museum, Scozia; Peyton Skipwith Fine Art Society, Londra;
Beatrice Phillpotts, Londra; Christine Poulson, Londra; Walt Reed, Illustration House, South Norwalk, Connecticut; Jo Ann Reisler, Vienna, Virginia; Michel Rival, Bibliothque National, Parigi; R. A. Saunders, Keeper of Art, Paisley Art Gallery Scozia; Justin Schiller, New York City; Lawrence Seeborg, Greenbelt, Maryland; Robert Shields, Rare Book and Special Collections Division, Library of Congress, Washington D. C; Tessa Sidey, Birmingham Museum and Art Gallery, Inghilterra; South Africa National Gallery, Citt del Capo; Soviet Copyright Agency, Mosca; Hugh Stevenson, Glasgow Art Gallery and Museum, Scozia; Wiebke Tomaschek, Staatliche Graphische Sammlung, Monaco; Leonie von Wilkins, Germanisches Nationalmuse-um, Norimberga; Stephen Wildman, Birmingham Museum and Art Gallery, Inghilterra; R. Williams, Department of Prints and Drawings, British Museum, Londra, Michael Wynne, Leeper, National Gallery of Ireland, Dublino.
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FINE.